mercoledì 8 luglio 2009

Go back home

(foto di Fernando Di Clerico)


Via da Chieti, e mi dispiace. Un’opportunità bruciata, ma non voglio rimuginarci troppo sopra. Da quelle parti se non cambia ‘qualcosa’ l’atletica chiuderà nel giro di qualche stagione. Ritorno a Pescara quindi. Ritorno a casa. Un grazie di cuore a Massimiliano Palumbaro per l’aiuto appassionato e concreto che mi sta dando in questi giorni. La ‘mia’ atletica ha un amico in più.

lunedì 6 luglio 2009

Minoranza affatto silenziosa

L’atletica dalle nostre parti conta molte bestie. Tecnici, dirigenti sempre incazzati, con la schiuma alla bocca, cani rabbiosi spelacchiati e ciechi, assediati da un nemico che vedono solo loro, fermi ad un’idea di sport che include l’insulto e la volgarità dei modi. Sono monadi impazzite di un mondo lontano; ci ostiniamo ad accettarli perché ci incuriosisce quel sentimento ambiguo che li costringe al moto perpetuo, ad un pericoloso volontariato compulsivo che qualcuno definisce passione. Quando avremo il coraggio di emarginarli, ecco, solo allora potremo cominciare a parlare di progetti per lo Sport, per l’Atletica.

venerdì 3 luglio 2009

La marcia, i tacchi e le 'suole' mediterranee



(foto dell'amico Fernando Di Clerico)



Martedì ho fatto tilt. Breve riassunto del casino che ho combinato, e qualche altra riflessione a corredo. Arrivo allo stadio in anticipo, in bici, alle 17.20 o giù di lì, il telefono comincia a trillare – cantare sarebbe più corretto: come suoneria c'ho "In My Heart" di Moby –, chi arriva da nord, chi da sud, chi sta già sugli spalti, chi farà qualche minuto di ritardo. Allora salgo sugli spalti, poi riscendo, non vedo nessuno all'ingresso di maratona ed è logico: sono ancora in anticipo sull'appuntamento delle 18.00. Risalgo e lì continuano le telefonate, le pacche sulle spalle di gente che non vedo da una vita. Le 18.00 mi passano davanti senza neanche salutarmi. Alle 18.10 GMak mi scrive un sms: "Io ci sono a scapito dei 200...". Porca di quella miseria. Lo chiamo, mi arrampico sugli specchi, mi scuso. GMak mi maledice soavemente: lui, allenatore coi controbaffi, ex nazionale degli ostacoli alti, grazie a me è riuscito a perdere nell’ordine: 200m (femminili + maschili), 110hs, 400hs. Quando mi raggiunge sulla tribuna arrivi, assieme a sua moglie e sua figlia Gabriella – circa otto mesi e qualche chilo di futura ostacolista – ringrazio il cielo per non aver preso sui denti il carrozzino della piccola. Con me c’è pure Evelina, mia moglie, per la seconda volta dentro uno stadio dopo tredici anni. I records sono fatti per essere battuti.
La marcia tarda un po’, poi parte. E allora tutti giù in strada, su via Pepe, verso il mare. Si passa davanti l’ingresso di maratona, con quaranta minuti di ritardo rispetto all’appuntamento delle 18.00. ‘Recuperiamo’ Valerio, ci tiriamo dietro tutti i ‘miei’ atleti, la mia ‘meglio gioventù’, assieme ai loro genitori. Sembra una specie di processione, una sorta di pellegrinaggio aerobico – per alcuni anaerobico, viste le continue variazioni di ritmo – coi ragazzini a fare caciara, altro che religioso silenzio! Raggiungiamo così il primo dei due giri di boa dell’anello di 2 km, sulla rotatoria all’incrocio di via Pepe con il lungomare. Lì ci fermiamo per vedere un paio di giri di Brugnetti e Rubino. È anche l’occasione per far incontrare Valerio e Carla, la sognatrice; un incontro reale.
Brugnetti, Rubino, lo spagnolo Molina ed il tunisino Sebei ci sfilano davanti al ritmo di 4’06”/km. Decidiamo di spostarci qualche centinaio di metri più avanti, e sistemarci di fronte all’area di rifornimento. Quell’area parla pescarese. Abbraccio Massimiliano e Fabrizio, do il cinque a mio fratello Giovanni. Poi saluto Vittorio e riabbraccio Antonio che ha da poco lanciato un paio di inputs tecnici, precisi ed efficacissimi, ad un Brugnetti davvero elegante ed in palla. Si parla pescarese dicevamo, ma anche lancianese (la mia lingua materna): ci sono Antonio e le marciatrici della Nuova Atletica Lanciano, con Lucia in testa. Lucia che farà il record regionale cadette sui 3000 due giorni dopo a Formia. Lucia che ho il piacere di seguire tecnicamente assieme all’amico Antonio.
Ci raggiungono pure gli amici di Miglianico, Fernando coi figli Andrea e Silvia. Fernando ha un ‘mostro’ della Canon che sputa scatti come sventagliate di kalashnikov. In due picosecondi fa secco il gruppo di testa e poi i vincitori all’arrivo. Un fiume di immagini dentro pochi interminabili istanti. Sue sono le foto di questo post.

A due giri dal termine riprendiamo la via dello stadio. La processione rientra in cattedrale. Giusto il tempo di ri-sistemarci sulla tribuna arrivi, gustare la volata di Brugnetti su Rubino ed applaudire il loro simpaticissimo omaggio al pubblico. GMak sarà di certo a casa, così come sua moglie Giovina e sua figlia Gabriella. Giuro che semmai, tra dodici tredici anni, le venisse voglia di marciare o di correre a lungo io sarò allo stadio ad aspettarla con la passione di sempre. Puntuale però, ché pure i maestri sbagliano, ma mai due volte di seguito. Giuro.


giovedì 25 giugno 2009

Il sogno di Barcellona '92 all'alba di Ekecheiria.org


Voglio pubblicare una lettera di Valerio Di Vincenzo. Lo faccio con l'emozione e le lacrime di un giorno di diciassette anni fa. Quel giorno l'erta del Montjuic parlava abruzzese.
Buona lettura.


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Sentendomi parte in causa di quanto sta avvenendo su questo blog negli ultimi giorni mi sento anche in dovere di spiegare meglio le motivazioni che animano i miei interventi. Per farlo, prendo spunto dal Progetto 92 - più volte citato da Mario - e che rappresenta l’origine e l’elemento di congiunzione tra passato e futuro del progetto che si esprime attraverso ekecheiria.org.
Devo dire che questa necessità, in qualche modo, si accompagna in me con una strana euforia.
Infatti la deformazione spazio-temporale che si sta creando attorno al centro gravitazionale costituito dalla Tregua Olimpica ed alle possibili “influenze celesti” che vi voglio stimolare a considerare non è nuova né per Mario, né per me. Al contrario, riconosco parecchie analogie tra quello che avvenne venti anni fa ( con i successi maturati con il progetto 92) ed il potenziale che esprimono l’affermazione della Tregua Olimpica e la consapevolezza del proprio ruolo sociale a partire dai Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009.
A cominciare dal 1989 Mario ed io abbiamo iniziato a studiare strategie per vincere le Olimpiadi di Barcellona. Io, con le conoscenze maturate da ricercatore universitario in medicina, proponevo i metodi e gli strumenti. Lui li traduceva in protocolli scientifici di allenamento, in fitte tabelle di dati funzionali e rilievi sul campo che venivano graficizzati in forme primordiali di pagine elettroniche, allo scopo di valutare gli effetti , nel tempo, delle fasi di lavoro. Giovanni ci metteva il fisico ed un carattere che esprimevano la sua energia sovrumana. Claudio interpretava olisticamente il modello biomedico, assecondava i flussi energetici e la crescita delle prestazioni atletiche di Giovanni, leniva i dolori. Daniela appianava i conflitti e minava le basi di quella sindrome che - tra me e me – ho chiamato la “paura di vincere” ( quella che fino a quei tempi aveva attanagliato i primati mondiali che erano nelle gambe di Giovanni). Mamma Angela e papà Nino ci avevano adottati come parte integrante della famiglia. Tutto ciò cresceva giorno dopo giorno, confortato da risultati crescenti. Era qualcosa che non era mai esistito prima in nessuno di noi presi singolarmente, eppure si avverò quando decidemmo di lavorare insieme.
Ciò che potrebbe stupire oggi è che Giovanni, in preparazione della sua seconda olimpiade, accettò di affidarsi a questa strana combriccola, priva di alcuna precedente esperienza del genere, osteggiata dall’establishment, ma dotata di idee capaci di fare la differenza. Erano i tempi in cui un bel numero di medaglie olimpiche e maglie rosa erano prodotte in Italia dalle parti di Ferrara, ma Giovanni preferiva frequentare la riviera pescarese, le Dolomiti, gli altopiani messicani, a costo di ingurgitare integratori e certe “cineserie” probiotiche che gli prescriveva Claudio, di litigare con taluni “santoni” della Federazione e, in fin dei conti, perfino di farsi superare in silenzio da gente che il buon sangue se lo faceva venire con mezzi diversi dal buon vino e dall’armonia tra mente e corpo.
Il fatto è che, parlando e riparlando con Mario, ho capito quanto le personalità come quella di Giovanni e come la sua sanno essere carismatiche anche continuando ad essere vere. Questo, secondo me, deriva dalla capacità di essere sempre coerenti con sé stessi e di affermare coi fatti valori inalienabili.
Il commissario Mario Pescante – è scritto nell’articolo riportato nel link
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=21345&page=1) ha affermato : «..ma quale miracolo del Villaggio. Qui si vede la capacità dell'imprenditoria abruzzese... Verranno da 23 Paesi, non più nemici tra loro, ma solo avversari al momento della gara. Ringrazio tutti, ringrazio la stampa alla quale avevo chiesto una tregua olimpica per arrivare ai Giochi, pur in periodo pre-elettorale… ». Personalmente sono onorato dalle parole di Pescante sull’Abruzzo, un po’ meno – Considerato che il Commissario è membro del Board dell’ International Olympic Truce Foundation - dall’uso inopportuno che fa del concetto di tregua olimpica, che , grazie a Dio, vola ben più in alto delle beghe elettorali Italiane.
Inoltre, per quanto ne so, vorrei riconoscere al Direttore Mario Di Marco ed alle decine di ragazzi che lavorano nel Comitato Organizzatore una tenacia ed una capacità di pedalare in tempi avversi, senza la quale Pescante e tanti altri non avrebbero avuto la platea per le loro esternazioni attuali. Questo è il palcoscenico sul quale possono ancora essere espressi i ruoli di ciascuno di noi, non solo abbandonando i conflitti e le polemiche, ma prendendo il posto che si vuole mantenere quando i riflettori saranno spenti.
Ora che il periodo pre-elettorale è finito, chi ci impedisce di costruire, per la prima volta, una tendenza sociale che - passando per la Tregua Olimpica - assegni visibilità e credibilità alla comunità degli sportivi praticanti non solo con i mezzi di informazione ma tra i popoli del Mediterraneo?.
Tutti mi dicono , talvolta con la sufficienza di chi costruisce il proprio futuro proprio nelle cene pre-elettorali: ma sei partito troppo tardi!
Scusatemi l’ardire, ma a me viene da rispondere che “ogni lasciata è persa”.
L’Italia, purtroppo - e non è colpa dei cittadini né della stampa – vive in uno stato di continua campagna elettorale da decenni e, questo, rischia non solo di far perdere delle occasioni d’oro a tutti noi, ma addirittura il senso della realtà alla maggioranza.
In momenti difficili, quando ci si sente perdenti non per proprie manchevolezze, ma per effetto della ottusità dei decisori o di una competizione sleale, mi viene da evocare (in modo altisonante perchè è una frase usata da Obama in una recente conferenza rivolta ai Popoli arabi e con la quale ha rivendicato la possibilità di portare la Pace in Medio Oriente) “l’audacia della speranza”.
Il lavoro raccolto nel sito web www.tregua.org è un modo originale e potenzialmente determinante per strutturare un posizionamento visibile dell’ evento sportivo internazionale dei Giochi nella comunicazione planetaria dell’Abruzzo di oggi: terra di dolore e di orgogliosa determinazione a fare. C’è una T shirt - che spopola nell’Aquilano - che cita “TERREMOTOsto” e chi vorrà la potrà trovare nella nostra sede dell’Ex Gaslini, di prossima apertura.
Ci attendono compiti molto impegnativi per evitare che la ricostruzione delle zone terremotate si tramuti in una perdita di identità e di autonomia per tutta la regione. Lo sport praticato è uno degli ingredienti di questa identità. La dignità dei punti di vista ne è un altro. Oggi, con tutto il rispetto per le motivazioni di GMak che non mi permetto di discutere, le burlesche allusioni presenti nei dialoghi tra sordi di recente lasciati nel blog da pensatori aerobici e da sognatrici podiste, mi sembrano più concrete e dotate di un futuro sostenibile.
Forse siamo ancora in tempo per compiere insieme un miracolo pari a quello del Villaggio, e che può lasciare un segno proveniente dalla nostra regione che sia incrementale ed evolutivo rispetto alla stessa disponibilità di impianti sportivi “da paese civile” e di centri storici da ricostruire. Questo segno ha il valore universale espresso dalla volontà di sentirsi fratelli , nonostante le differenze. Non mi pare poco. Popolo dei blog: “alzati e cammina!”.
A partire da una grande provocazione sociale, per la prima volta i Giochi del Mediterraneo potrebbero rivestire un ruolo più consono alla composizione dei Paesi partecipanti, suscitare un ripensamento “dal basso” al riguardo della esclusione di Paesi quali Israele e la Palestina. Questo anche grazie a un’idea portata avanti in occasione di Pescara 2009, come primo laboratorio sperimentale. Se qualcuno mi spiega perché dovremmo aspettare un momento successivo, sono disposto a ritirarmi subito e ad oscurare il sito.
Se, viceversa è vero - come sostiene Paul Watzlawick in “La realtà inventata”- che “la realtà non va prevista, ma costruita” attraverso profezie che si autoavverano per il semplice fatto di essere state introdotte, la tregua può contaminare benevolmente migliaia di persone, in breve tempo, ma questo non lo può fare nessuno da solo.
Vorrei dedicare questo post a mio cugino Gaetano Cardano, morto sul lavoro due notti orsono. Fu uno dei finanziatori del Progetto 92. Nei primi anni sessanta – io avevo tra i 7 ed i 9 anni, lui era studente universitario - all’inizio dell’estate, organizzava le “Olimpiadi di Via Tiburtina” che, con un nome pomposo non erano altro che gare di corsa, di marcia e di “mazz e cuzz” tra i ragazzi del quartiere. La sua intuizione - in tempi non sospetti - fu quella di invitare a competere anche alcuni ragazzi di Rancitelli - il quartiere confinante con il nostro - e con i quali si combattevano costantemente guerre a colpi di pietre per la conquista dei campi di gioco rubati ai cantieri della periferia che esplodeva urbanisticamente. Lui, unico esponente del comitato organizzatore, era anche giudice di gara. A me , che ero sempre il più piccolo della compagnia ed ero anche un po’ brocco, riservava un occhio di riguardo e quando arrivavo ultimo mi consolava dicendo “l’importante è partecipare”. Allora mi sembrava un contentino, non capivo bene dove volesse arrivare. Adesso mi è più chiaro.
Valerio

martedì 23 giugno 2009

L'Adriatico torna all'Atletica

(foto da http://www.worldharmonyrun.org/italia/news/2009/0522 )


Evviva, evviva! I Giochi del Mediterraneo sono la manna che piove dal cielo, per i giovani dell’Atletica (ed anche i meno giovani) e per tutti quelli che credono che il sano movimento, anche attraverso il giusto agonismo – etico aggiungerei io –, possa essere la base di partenza per migliorare concretamente la nostra società. No, non sono impazzito. Voglio prendere sul serio, alla lettera, le parole espresse da Mario Di Marco, Direttore dei Giochi, nella conferenza stampa per la presentazione dei Giochi del Mediterraneo. «L’Abruzzo come Svizzera degli impianti sportivi» (da Primadanoi.it, http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=21345&page=1 ), dice Di Marco. E quindi chi più felice di me? Chi più felici dei miei ragazzi, dei loro genitori, e di tutte le migliaia di persone che coinvolgeremo nel Progetto Ludus, Ethica et Ratio?
Sì, “l’Abruzzo come Svizzera degli impianti sportivi” ci piace un bel po’. Non vediamo l’ora di riempire l’azzurro catino pescarese con il contagioso entusiasmo dei nostri ragazzi. Proprio come avviene in Svizzera, da sempre.

A proposito: a giorni terremo una sorta di raduno di sportivi (atleti e ‘simpatizzanti’) desiderosi di tornare a calcare piste e pedane dell’Adriatico (e non solo). Siamo o non siamo abruzzesi? Per il luogo, la data e l’ora… Stay connected!


venerdì 19 giugno 2009

Lo sport fuori



– Papà, che fanno quelli?
– Marciano.
– Per strada? Ma non è pericoloso?
– Sì, ma stanno attenti, non credere.
– Ma poi ci tornano lì dentro?
– Nello stadio dici? Chissà, forse. Dipende…


venerdì 12 giugno 2009

Lo sguardo umano sui Giochi, ovvero www.tregua.org


Mi scrive l’amico Valerio Di Vincenzo, lasciandomi un documento da condividere con tutti i lettori del blog. Valerio è persona che stimo innanzi tutto per la sua intelligenza morale, che è lungimirante fantasia giocata quotidianamente sulla terra nera della logica, della ricerca scientifica, dell’etica. Valerio fu ideatore del Progetto ’92, quella geniale scommessa scientifica e culturale attraverso cui fu possibile realizzare il bronzo olimpico di mio fratello Giovanni, diciassette anni fa a Barcellona. Ma non solo. Con lui sperimentai, a ventisette anni e per la prima volta, l’energia invincibile di una comunità che lotta pacificamente per affermare i valori positivi della propria terra; con Valerio e con il team di amici del Progetto ’92 si riuscì a far parlare abruzzese le Ramblas e la via che porta al Montjuic, davanti agli occhi del mondo e per gli ottanta minuti più lunghi della mia vita.
A Valerio dedicai un post a gennaio di quest’anno (cliccare qui). Un post ‘criptico’ e pieno d’affetto. Oggi è lui a scrivere ed è un piacere leggerlo.
Buona lettura.


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Ho conservato il testo con il quale, il 24 gennaio scorso, Mario aveva commentato il nostro incontro e la descrizione del progetto nel quale ero già fortemente impegnato.
Mario lo ha introdotto a tutti voi - con la sua prosa intrigante - come un “mondo misteriosissimo e pieno di vita sotto il pelo dell’acqua” (In questo modo mi piace inquadrare sia l’ondeggiare aggraziato dei coralli lungo la barriera tropicale che gli occhi impenetrabili del coccodrillo pronto a sferrare un attacco mortale alla preda).
Mario, che mi conosce, sa che sono abituato a mantenere i fili dei discorsi e, da qualche tempo, vuoi sui giornali, vuoi su questo stesso blog ho percepito il disagio che il mondo dello sport “giocato” esprime nei confronti dello sport “governato” da parte del business, dei media e/o delle istituzioni. La cosa che risulta difficile digerire – credo a tutti noi - è come sia possibile che i protagonisti che praticano lo sport – gli atleti - ne subiscano, più che determinarne, gli usi e gli effetti sociali.
Faccio una parentesi storica, per me istruttiva.
La natura religiosa dei Giochi, ospitati ad Olimpia a cominciare dall’ottavo secolo prima di Cristo, l’influenza che essi impressero nella vita degli abitanti della Grecia antica - e, successivamente, in tutto il mondo occidentale civilizzato attraverso l’ Impero Romano - è testimoniata dalla dovizia di reperti che ci sono pervenuti, anche in conseguenza del fatto che i Giochi furono ripetuti nell’arco di oltre un millennio. Durante tutto questo periodo la scansione del tempo è stata dettata dalla ripetizione quadriennale delle celebrazioni Olimpiche.
Questi dati dimostrano anche che - sebbene i Giochi fossero nati per onorare la gloria di Zeus con eventi agonistici nel campo dell’atletica - col trascorrere del tempo e, soprattutto, in sedi diverse dalla stessa Olimpia, alle competizioni sul piano delle prestazioni fisiche si aggiunsero veri e propri tornei di discipline non prettamente “sportive”. I tornei miravano ad eleggere i migliori esponenti in varie forme d’espressione psicofisica , principalmente nell’ ambito delle discipline dell’interpretazione musicale, del canto, della danza, della recitazione, della poesia e della prosa.
Un aspetto di grande rilevanza è rappresentato, comunque, dal fatto che i Giochi olimpici dell’antichità erano la più grande celebrazione religiosa panellenica e rivestono un ruolo fondamentale nel consolidamento della grande Civiltà Mediterranea.
L’insieme di aspetti culturali, artistici, patriarcali, economici, sociali, religiosi e filosofici che i Giochi Olimpici catalizzavano intorno alla loro preparazione, presentazione, esecuzione, direzione sono stati lo strumento che ha fornito al variegato popolo greco un’identità, la possibilità di unirsi in una sola civiltà culturalmente egemone.
Con il passare delle generazioni, negli elenchi dei vincitori delle principali manifestazioni sportive - che, numerose, si tenevano in diverse località greche quali Pytios, l’Istmo di Corinto e Nemea tra le principali - comparvero sempre più frequentemente i nomi di professionisti attentamente reclutati ed addestrati, venuti dalle province della Magna Grecia e, in particolare, dalla Sicilia e dall’Italia meridionale.
I vincitori ricevevano in premio un serto composto con ramoscelli di olivo intrecciati.
In aggiunta, la fama e la gloria che essi conquistavano e del cui riflesso godeva la Città-Stato e le Province di origine, oltre a consentire loro di ottenere lauti compensi per la partecipazione come “star” ad eventi sportivi meno titolati, li rese persone di grande notorietà e dignità pubblica.
In effetti la natura religiosa dei Giochi Olimpici consentiva di sublimare la devozione - espressa agli Dei cui erano dedicati i Giochi - in un sacrificio umano per nulla cruento ( tranne che nei combattimenti di pancrazio, criticati per questo già in quei tempi).
L’ agonismo, le strategie di allenamento ed addestramento dei partecipanti, la sensualità, il fanatismo sportivo, la brama ed il sapore della vittoria immedesimati in un giovane corpo atletico - privo di indumenti durante le gare a cui potevano partecipare ed assistere solo gli uomini - inebriavano lo spirito e trovavano lo sbocco per elevare le pulsioni e le azioni della vita quotidiana alla concretezza semidivina di un idolo antropomorfico, destinato alla gloria terrena. Questa forma ideale , a sua volta, costituì lo stimolo per elevare al Cielo le più immaginifiche opere dell’arte e dell’intelletto di quei tempi.
Dopo l’edizione del 393 d.C. le Olimpiadi, o meglio ciò che erano diventate e che da esse aveva tratto origine, furono messe al bando. Le motivazioni che indussero l’imperatore bizantino Flavio Teodosio I° ad abolire i Giochi si confondono con l’evoluzione complessiva della storia, della religione, dell’economia e dei costumi della decadente gloria di Roma. Certo è che lo spirito olimpico originario era stato già annientato nel 390 DC quando il pur valente imperatore e condottiero romano aveva chiuso in una trappola - in un ippodromo - alcune migliaia di ribelli greci attirati proprio dalla promessa dell’ effettuazione delle gare sportive. Teodosio I° fu influenzato dalla carismatica figura di Ambrogio, Vescovo di Milano, il quale lo scomunicò per punirlo di aver ordinato l’inganno e la strage dei ribelli e successivamente gli chiese (ed ottenne) che i Giochi Olimpici fossero aboliti.
La storia delle Olimpiadi classiche è quindi un esempio illuminante del valore sociale (e dell’uso politico) dello sport e uno degli effetti dell’assoggettamento e dell’assorbimento della cultura Greca da parte dei Romani fu che i Giochi Olimpici divennero parte della politica culturale dei romani.
Pertanto potrei affermare che, se lo sport sta incontrando una crisi di valori e di identità, è questione ciclica e, in parte, priva di novità.
Il nuovo lo fanno, ogni giorno, le generazioni che si succedono e che possono attingere, dalla storia, dall’educazione e dalla consapevolezza, gli insegnamenti utili a non ripetere gli errori già compiuti e da idee ed altruismo reciproco le linee guida da seguire per far sì che le cose desiderate accadano.
Queste generazioni vanno alimentate con motivazioni, risorse umane ed economiche, formazione, progetti sociali…e, invece: l’Abruzzo è una regione nella quale solo il 40% circa della popolazione attiva pratica uno sport, nella quale l’abissale debito determinato da una scellerata “gestione manageriale” delle risorse giustifica l’abbandono delle politiche di prevenzione di malattie, infortuni e di educazione a stili di vita più sani, nella quale la visione strategica della salute pubblica è così miope che l’attività fisica strutturata è considerata un accessorio facoltativo – quasi un retaggio di cui liberarsi - della vita sociale e della scolarità.
Ebbene, in questo deserto di consapevolezza, in Abruzzo siamo in procinto di ospitare i Giochi del Mediterraneo: un evento irripetibile e che, se ben interpretato dalla popolazione attiva, può rivelarsi di importanza strategica per l’intero modello di sviluppo della nostra regione.
I Giochi, a mio avviso non devono essere trascinati nelle polemiche dagli sportivi praticanti, pena un’ulteriore perdita di potere decisionale di questi ultimi a favore di una gestione verticistica incapace di rappresentarne le istanze della società civile.
Il potere decisionale, invece, va affermato e conquistato con una massiccia operazione di partecipazione, testimonianza, contaminazione positiva, direi addirittura di “presidio del territorio” da parte di coloro che vivono e condividono lo sport come stile di vita.
Questa attitudine , che caratterizza coloro che pongono l’attività motoria – competitiva o meno - all’interno di una visione sistemica di mente e corpo, che le riconoscono il carattere dell’essenzialità, della priorità all’interno delle dinamiche sociali , nonchè di un approccio moderno alla salute, all’interno della vita individuale, deve trovare uno spazio di affermazione e rappresentazione consolidato.
Ciò deve avvenire ogni giorno di ogni anno e non solo in relazione ad occasioni puntuali come i Giochi del Mediterraneo, ma dai Giochi si può assorbire forza, ispirazione, multinazionalità , rapporti da spendere e valorizzare nel tempo.
Ciò, assolutamente, dovrebbe condurre a non perdere un istante di “presenza attiva” nei Giochi del Mediterraneo, facendo valere una propria voce ed espressione autonoma (ove gli spazi istituzionali siano inesorabilmente chiusi), capace di evidenziare i punti di vista alternativi a quelli imposti dall’establishment, senza cadere nella trappola di farsi identificare con l’epiteto di “dissidenza” omologabile e, come tale, dotata di un’immagine pubblica debole e facilmente vulnerabile.
I Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009 evocano intensamente lo scenario etnico, se non quello culturale e geopolitico, delle Olimpiadi classiche. Nessuno scenario, come questo , avrebbe potuto contenere – e, forse, ospiterà in futuro - una riedizione anche della “ekecheiria” (la traduzione italiana del termine greco “EKECHEIRIA” o “EKECHEREIA” è “ alzare le mani”. Questa immagine ha assunto simbolicamente il significato di “TREGUA OLIMPICA”.)
Durante l’ ekecheiria, per circa un mese nel periodo estivo, nessuna guerra poteva essere intrapresa e i conflitti già in corso dovevano essere sospesi.
Non si è mai trattato di veri e propri periodi di pace duratura, ma il concetto di Tregua Olimpica evoca simbolicamente un’aspirazione che gli ideali Olimpici sono in grado di affermare universalmente, oggi più che mai.
Fin dal 1992, - forse illuminato anche dalla chiassosa carovana di tifosi che “tirava” la marcia di Giovanni verso la medaglia - il presidente del Comitato Internazionale Olimpico (CIO) Juan Antonio Samaranch, da Barcellona, propose all'ONU - con l'appoggio di 184 comitati olimpici - di istituire una versione moderna della tregua olimpica. Da allora la dichiarazione viene riproposta al voto delle Nazioni che aderiscono all’ONU, ogni due anni, sotto il titolo di:
Building a peaceful and better world through sport and the Olympic ideal
.

L’intuizione che ho avuto circa due anni fa riguardo al fatto che i Giochi di Pescara potevano assurgere alla storia moderna come i primi a riaffermare al mondo i valori della Tregua olimpica e che tu hai annunciato nel tuo “post criptico” di cui sopra è naufragata, trovando al contempo la via per sopravvivere in una forma embrionale che, se ne riduce all’attualità la diffusione globale, non ne sminuisce il valore locale.
Il naufragio di cui parlo, come tutte le catastrofi, ha una molteplicità di cause tra cui le “beghe” della politica; i ritardi accumulati nella realizzazione degli impianti; il “timore di sbagliare” da parte del management della manifestazione; la mancanza del substrato di un “business” definito (chissà come avrebbe reagito il Presidente Obama se gli fosse stata fatta la stessa proposta mentre progettava la nuova “road map” per la pace in Medio Oriente); le più recenti, strumentali e disinformate polemiche suscitate da partincausa riguardo a “inclusione o esclusione” di Israele e Palestina (sancita fin dal 1951 da un ‘ interpretazione, diciamo riduttiva, dello spirito olimpico), solo per citarne alcune.
Nonostante il naufragio di un coinvolgimento partecipato del Comitato Internazionale dei Giochi del Mediterraneo, posso finalmente annunciare che il progetto ekecheiria.org è riuscito a raggiungere un approdo concreto con la pubblicazione delle iniziative che, affermando i temi della Tregua, sono presentate nel sito
www.tregua.org.
Queste iniziative vogliono focalizzare l’attenzione sulle capacità degli abruzzesi di ospitare grandi eventi mediatici di livello internazionale in una terra ferita e ciò, ad opera principalmente della volontà di una popolazione che, seppure ancora attonita di fronte alla gravità dei danni umani, strutturali ed economici subiti, non accetta di addomesticare i valori con i quali si fa apprezzare per dignità, coraggio e capacità, in tutto il mondo.
Con le iniziative accessibili tramite il Sito web non intendiamo fare numero con celebrazioni simboliche ma costruire, dal basso, testimonianze indipendenti attraverso lo sfruttamento delle nuove tecnologie. Ciò, con lo spirito di chi è convinto che anche dai danni del terremoto si potrebbe emergere a testa alta, in tutti i campi, se ognuno aderisse con rigore e responsabilità al proprio ruolo sociale. Ciò senza filtri o giustificazioni di appartenenza ideologica, di casta, di campanile, ecc.
Il dubbio atroce che viene è che, in certi “ambienti protetti”, queste cose non si facevano prima, figuriamoci dopo il terremoto. L’antidoto che proponiamo è quello di contribuire a definire gli strumenti per sottoporre i decisori ad un “feedback” democratico che, per garanzia di imparzialità e di trasparenza, viene mostrato ad una platea internazionale particolarmente attenta alle vicende del nostro territorio: gli Abruzzesi nel mondo. Lo sport e lo sfondo del terremoto uniti, come metafora della fratellanza, della solidarietà, della convivenza pacifica dei popoli, del rispetto reciproco, dei vincoli e delle opportunità ai quali tutti siamo democraticamente sottoposti e pubblicamente responsabili.
Lo sport agli sportivi, la politica ai politici, la medicina ai medici, l’economia alle imprese, il turismo alle strutture recettive, il traffico ai commercianti, l’agricoltura ai contadini: quando la smetteremo di dividerci gli orticelli , facendo prosperare i conflitti e gli approfittatori; quando si capirà che si deve conquistare dignità di rematori nella stessa barca, usando i mezzi di informazione e di comunicazione – anche quelli non dominati dalla politica - per affermare la propria identità ed ottenere il riconoscimento delle priorità, prima che di queste si appropri una politica vorace, ma sempre più delegittimata dall’astensionismo dei votanti?
Questo blog è un esempio luminoso di un’ attitudine propositiva e, per la stima che nutro riguardo ai punti di vista del suo moderatore e dei partecipanti, mi permetto questo intervento.
È così che “il mondo misteriosissimo e pieno di vita sotto il pelo dell’acqua” ha assunto una concreta dimensione partecipativa che è la continuazione ideale del cammino avviato con il progetto di Barcellona ’92.
Vi invito tutti, cordialmente, ad approfondire quelli che, nel sito citato, abbiamo chiamato i temi della Tregua, sperando di continuare a discuterne ed a reclutare adesioni in questa ed altre sedi.

Valerio


martedì 9 giugno 2009

Right way or wrong way? Whatever you think, this is the way...


- Scusi, Pescara?
- La prima a destra.

domenica 7 giugno 2009

Steve Ovett said:

(image from www.daylimail.co.uk )



"....any idiot can become an Olympic champion provided that they have a lot of luck, work hard and cross the finish line first in the final."



sabato 6 giugno 2009

Come er blogghetto de mi' fijo

Superati i 30.000 contatti unici. Niente male per un atipico blog di nicchia. Giorni fa parlavo con un mio amico, romano de Roma, che mi diceva: « Però te stai a da’ da fa’. C’hai quasi più contatti der blogghetto de mi’ fijo ». Un bel complimento il suo, se consideriamo l’abilità telematica di certi pupi smanettoni. La mia popolarità sul web ha quasi gli stessi numeri di quella di un adolescente discretamente telematizzato; qualche numero in meno del locale sito federale.
Grazie di cuore a tutti gli internauti transitati, o in transito, da queste parti.

venerdì 5 giugno 2009

Cantieri mediterranei

A Pescara ci saranno i Giochi del Mediterraneo. Un tempo per certi Giochi si interrompevano le guerre. Da noi invece si interrompe l’Atletica, quella vera, quella dei ragazzi di Pescara, Chieti e Francavilla. Atleti reali, ‘sfollati’ dello sport da sempre, dentro impianti sportivi fatiscenti. ‘Baraccati motorî’ i nostri atleti, oggi sbattuti fuori pure dalle loro baracche (piste e pedane di cemento spaccato e colorato di rosa, un rosa pallido, esangue) perché dal 26 giugno al 3 luglio dovrà andare in scena l’Evento. Chi vuole allenarsi, per cortesia, lo faccia per strada. Dentro ai cantieri mediterranei c’è gente che sta lavorando per noi.

domenica 31 maggio 2009

La lezione di Angelo De Cristofaro

Angelo De Cristofaro, il Professore, se n’è andato per sempre. Quando muore una persona cara si cerca di artigliarne il ricordo, recente e remoto; la memoria comincia ad andare avanti e indietro nella disperata volontà di trattenere qualcosa di vivo, di fisico, prima che spirituale. Di un allenatore di atletica leggera, di un Maestro come Angelo, mancano innanzi tutto la voce e lo sguardo, quel linguaggio semplice ed efficacissimo, verbale e non verbale, che è proprio della guida, del capitano sulla tolda vicino ai suoi ragazzi, prima della battaglia. Angelo ha costruito l’Atletica a Lanciano, partendo dalla marcia, con un impegno durato oltre cinquant’anni; la marcia atletica come traslato esistenziale, strumento educativo d’eccellenza, aggregatore sociale, prima che disciplina sportiva agonistica. Ma la marcia atletica è anche agonismo e Angelo lo sapeva bene. Di marciatori bravi ne ha allenati tanti. L’azzurra Sibilla Di Vincenzo è, ad oggi, la sua atleta più blasonata, ma posso testimoniare che a Lanciano – nella Nuova Atletica Lanciano –, attualmente, ci sono marciatrici e marciatori giovanissimi (anche esordienti), tutti provenienti dallo stesso vivaio e pronti a seguirne le orme. Ma non solo. Oggi la Nuova Atletica Lanciano ha un bel gruppo di tecnici e dirigenti, appassionati e giovani, presenti sul campo col giusto entusiasmo. A loro auguro di fare propria la lezione di Angelo, un insegnamento che vale ben più dei suoi molti successi di allenatore benemerito: allenare i ragazzi senza mai lasciare nessuno indietro; senza mai perdere la testa per il campioncino di turno. Un esempio di sobrietà sportiva e morale che manca a molti di noi allenatori.

mercoledì 27 maggio 2009

Il deserto dei tartari (del tartan)

Lo Stadio Adriatico con la sua pista d’atletica è bello da far paura. (Ma la paura non porta nulla di buono). Ora è là, un’enorme cattedrale, inquietante, nel deserto della nostra (in)capacità di rinnovare la sfida verso il futuro dello sport di base. La magniloquenza del suo cemento rimesso a nuovo, dell’azzurro della sua pista, stride con l’assenza dei suoi ‘abitanti’. Qualcuno vorrebbe tenere questi ultimi a debita distanza, anche a Giochi finiti – così mi hanno detto –, rei di vestire casacche ‘straniere’; perciò, fuori gli ‘stranieri’, anche se figli dello stesso Abruzzo martoriato (non solo atleticamente, purtroppo). Chi potrà allenarsi dentro il catino gommato d'azzurro, quindi? E quanto dureranno i fortunati e solitari atleti che cercheranno di abitarlo?

Datemi pure della Cassandra, se vi va, ma di questo passo l’Atletica in Abruzzo sparirà nel giro di un paio di stagioni (fatevi un giro tra Pescara e Chieti, e intervistate qualche allenatore). Pochi i tecnici che tengono ancora duro (e per quanto ancora?), ‘ostaggi’ della strenua, appassionata volontà dei loro giovanissimi atleti. Pochi allenatori – rari nantes in gurgite vasto – e ancora per poco.
Credo che il giocattolo si sia rotto, e pure da un po’. Danaro da investire ce n’è già pochino per le cose ‘serie’; per uno spettacolo che non interessa più nessuno, meno che meno. Gli Enti locali hanno altro a cui pensare (leggasi bilanci in rosso, profondo), la ‘pacchietta’ è finita. Sorriderei se avessi il giusto distacco, quell’atarassia che tanto invidio a certi anziani (non tutti i vecchi sono saggi). Se fossi un cinico sorriderei di fronte all’errore enorme che ci ha ridotti nella condizione in cui oggi versiamo. L’errore di aver sciupato un patrimonio tecnico di eccellenza, di aver preso letteralmente a calci, negli anni, fior di allenatori, molti dei quali sono emigrati verso impegni più gratificanti (economicamente, ma non solo).

Vi invito a leggere (o rileggere) “Il deserto dei tartari”, di Dino Buzzati. Il romanzo credo sia un’efficacissima allegoria di quanto va accadendo nel nostro ambiente. In un’intervista Buzzati cercò di spiegare i motivi della genesi della sua opera. Le sue parole, oggi, potrebbero essere quelle di qualcuno di noi. O no?

« Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch'io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire. » (Dino Buzzati, in un’intervista premessa all’edizione degli Oscar Mondadori, 1966)

domenica 17 maggio 2009

Sogni mediterranei




L’altra notte ho sognato un gigante. Sembrava saltato fuori da una fiaba, alto come una palazzina di otto piani e con una scopa in mano. Stava davanti all’ingresso dello Stadio Adriatico di Pescara, bello indaffarato, ed anche un po’ preoccupato. Dava di ramazza a più non posso e di tanto in tanto si guardava intorno, certo dell’arrivo imminente di qualcuno; qualcuno importante e magari più d’uno. Mulinava senza posa la sua gigantesca scopa di giunco ed aveva radunato un bel cumulo di calcinacci, blocchi di cemento e tondini di ferro arrugginito, assieme ad un paio di benne scassate. Sembrava non dovesse finire mai, tanto c’era da fare. Ad un tratto però si fermò. Diede un’occhiata all’orologio, si guardò intorno per l’ultima volta e, con destrezza, sollevò lo stadio afferrandolo dalla tribuna coperta, come fosse un immenso tappeto, facendo sparire sotto di esso le grigie macerie ammonticchiate; almeno un paio di benne vennero nascoste con due tre calci dietro una curva. La festa stava per cominciare.

lunedì 11 maggio 2009

Giochini

Le prove dell’asta maschile, del decathlon (maschile), dell’eptathlon (femminile), della marcia 20 km femminile sono state cancellate dal programma dei Giochi del Mediterraneo 2009 (cliccare qui per i dettagli). Una bella mazzata per l’Atletica in senso lato, ed in particolare per quella abruzzese: perdiamo la presenza di Elisa Rigaudo, bronzo a Pechino nella 20 km di marcia e la probabilissima partecipazione di Gisella Orsini, marciatrice pescarese in forza al C.S. Forestale. Sia la Rigaudo che Gisella avevano programmato da mesi l’appuntamento dei Giochi del Mediterraneo pescaresi, rinunciando ad altri importanti impegni federali (Coppa Europa di Marcia in primis). Ma non è tutto. Rimane a casa pure il bronzo olimpico di Atene, l’astista Giuseppe Gibilisco, oggi in forza alla blasonata e abruzzese Bruni Pubblicità Atletica Vomano.
Come mai le molte federazioni sportive ‘mediterranee’ hanno snobbato le sopraccitate discipline tanto da causarne la cancellazione? C’è qualcosa che non ha funzionato a livello organizzativo?

Ieri a Pescara c’è stata l’inaugurazione del nuovo Stadio Adriatico, quello dei Giochi del Mediterraneo, per intenderci. Io non c’ero perché impegnato al Parco d’Avalos con l’allenamento dei miei atleti. Allo stadio, gremito fino all’inverosimile (mi hanno detto) pare ci fossero proprio tutti (i politici, dello sport e non, intendo). Pare ci fosse pure il Direttore dei Giochi del Mediterraneo, che è anche Presidente del Cus Atletica Chieti, la società dove sono responsabile tecnico del mezzofondo. Ebbene, io il Presidente del Cus Chieti non l’ho mai visto al campo di allenamento, né ad una prova dei miei ragazzi; neanche ad una cena sociale. E dire che sono tre anni che alleno all'Angelini!

Finita la festa lo stadio è di nuovo vuoto. Un vuoto reale, senza metafore. Lo stesso vuoto con cui ogni allenatore di buona volontà è costretto, quotidianamente, a fare i conti.

venerdì 8 maggio 2009

Una domanda, anzi due

Apriamo di nuovo un post con una domanda: servono ancora gli allenatori?
Mercoledì scorso ero a Lanciano con gli amici-colleghi Luciano Carchesio e Donato Chiavatti per un mini-raduno del mezzofondo giovanile (province di Chieti e Pescara). È stata un’esperienza felicissima di allenamento collettivo, con tantissimi ragazzini (dai Ragazzi agli Allievi, M/F) a cui si sono aggiunti atleti più giovani e meno giovani (oltre ai convocati ufficiali, le società che hanno aderito all’iniziativa hanno aggiunto altri atleti). Le foto di questo post sono minuscoli frammenti di un’esperienza meravigliosa che ha mandato in bambola almeno tre dei miei quattro cronometri accesi, assieme ad una telecamera e ad un paio di fotocamere. E già, perché dentro quell’esperienza ho avuto pure la bella idea di coinvolgere le marciatrici della Nuova Atletica Lanciano, con Lucia Polito ad effettuare un test sui 3000m, tirata da una lepre di lusso: Ruggero D’Ascanio (42:59 sui 10.000m l’anno scorso a gli Assoluti di Cagliari). Mezzofondisti, veloci e resistenti, giovani e più giovani (ma anche qualche amatore ‘infiltrato’), marciatori… Ho ancora limpide le immagini di Donato Chiavatti, ragazzino tra i ragazzini, a saltellare di qua e di là del campo, felice come una pasqua. Luciano Carchesio non era messo meglio e così io, impegnato a fare segni per terra col gesso e a strillare passaggi come un ossesso.
A questo punto la domanda iniziale muta e si sdoppia. Investire sugli allenatori serve? Quanti (società sportive, istituzioni, ecc.) lo fanno davvero? Benedetta passione. Fin che dura.

lunedì 4 maggio 2009

Figli e figliastri di casa nostra

[…] ho appena letto che ai campionati regionali societari allievi, si sono registrate alcune prestazioni degne di nota. In particolare il 4'00"45 di Salvi sui 1.500 m. Un buon miglioramento rispetto all'anno passato, in cui fece segnare 4'05". L'atletica abruzzese giovanile continua a crescere? (Sat)


Muovo da un passaggio dell’ultimo commento di Sat per sfogarmi un po’. Per carità non sono arrabbiato con nessuno in particolare, però…
Ieri e ieri l’altro ci sono stati a Teramo i Campionati di Società Allievi/e (1^ Prova Regionale). Come da programma orario moltissime competizioni erano aperte anche a Junior, Promesse, Senior e Master; ho deciso quindi di far iscrivere Carmine Campagna, ‘mio’ mezzofondista della categoria Promesse, nella speranza (quasi una certezza, in verità) di vederlo correre con alcuni ‘vivaci’ Allievi (Salvi, Chiaverini, Di Marcantonio) sugli 800 in programma la domenica. Sapevo pure che i giudici avrebbero potuto negare l’effettuazione di una batteria unica: Carmine Campagna avrebbe sicuramente lanciato la prova dei più giovani su ritmi interessanti, condizionandola. Si è quindi deciso di far partire due batterie degli 800, la prima con gli Allievi e la seconda col solo Campagna. Carmine ha provato e riprovato a convincere i giudici affinché gli permettessero di gareggiare nella prima serie, ma nisba. La questione si sarebbe pure potuta chiudere lì se non ci fosse stato un precedente: nei 1500 del giorno prima Marco Salvi, Allievo, è stato ‘portato’ al personale dalla Promessa Fabiano Carozza (4:00.45 per Marco e 3:59.58 per Fabiano). Ma le regole non dovrebbero essere uguali per tutti? Imbarazzante.

lunedì 27 aprile 2009

Porco mondo!

Frattini: Per l'Italia «i rischi sono davvero insignificanti»
Influenza suina, Ue chiede una riunione straordinaria dei ministri della Sanità
La Commissaria europea alla salute Vassiliou: «Serve un incontro il più presto possibile» (Corriere della Sera.it, 27.04.09)



Del maiale non si butta via proprio nulla, neanche la pandemia. L’economista e demografo inglese Thomas Robert Malthus (Roocherry, 14 febbraio 1766 - Bath, 23 dicembre 1834) nel suo "An essay of the principle of the population as it affects the future improvement of society" (Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società), del 1798, sosteneva che c’è una naturale forma di “controllo successivo” alla crescita della popolazione, il cui sviluppo seguirebbe una progressione geometrica, diversamente dallo sviluppo della disponibilità degli alimenti la cui progressione è aritmetica. In soldoni, siccome siamo troppi a consumare quel poco che c’è, ecco la natura ‘venirci incontro’ con una bella epidemia-carestia-calamità, eccetera eccetera.
Un maiale ci ‘sfoltirà’, quindi. A dire il vero qualcosa del genere, anche se in forma meno virulenta, sta già avvenendo dalle mie parti, al campo di atletica. C’è qualche ‘grugnito’ di troppo che impedisce la fatica dei miei ragazzi; allenarsi all’Angelini è sempre più difficile. Prevedo, a breve, un decremento sensibile della ‘popolazione atletica’, almeno da quelle parti.

mercoledì 22 aprile 2009

Seconda tappa del Grand Prix di Marcia a Pescara (ovvero la marcia di là dal fiume)

Domenica scorsa, 19 aprile, ero a Pescara per la marcia, quella della seconda prova del Grand Prix. Ho scritto qualcosa di tecnico al riguardo sul sito dell’amico Diego Cacchiarelli (su Atleticanet.it, cliccare qui per visualizzarlo), quindi non vi parlerò né di vincitori né di vinti; nemmeno di risultati, di richiami, ammonizioni e squalifiche. Non vi parlerò neppure dei volti noti e meno noti presenti a bordo campo quel giorno (qualcuno a fare passerella, qualcun altro lì per ‘dovere’, altri ancora per mera passione). Scriverò dunque d’altro e cioè di due mondi separati da un fiume. Di qua del Pescara il Vivicittà, cioè la corsa in abiti primaverili; di là la marcia, quella dei cerchi olimpici, con Alex Schwazer, Elisa Rigaudo, Giorgio Rubino… Corsa sulla riva sinistra; marcia sulla destra. In mezzo scorre il fiume, con la sua liquida indifferenza…

sabato 18 aprile 2009

Una domanda


Può Alberico Di Cecco occuparsi dell'organizzazione del Vivicittà a Pescara dopo la recente squalifica di 2 anni per doping (leggere qui)? Sotto il suo nome, nel volantino della manifestazione (immagine in alto), noto anche il logo del Coni. È tutto regolare?

lunedì 13 aprile 2009

Necessità

Bisogna continuare. Ripartire. Fare. Personalmente ho molte difficoltà a mandar giù la crescente ‘lirica’ del terremoto, quel parlare, scrivere, filmare, ‘testimoniare’ a tutti i costi la tragedia e il dolore qui in Abruzzo. Stiamo sconfinando nell’epica del dolore altrui. Bisogna recuperare al più presto la lucidità della ragione, un dio abbandonato che non conosce preghiera. (Chiedo scusa a tutti per lo sfogo scomposto).

mercoledì 8 aprile 2009

Lunedì 6 aprile 2009

La morte è altrove, la disperazione è altrove. Così mormora la flebile voce vigliacca di un ancestrale istinto di sopravvivenza. Ma quell’altrove ci appartiene, siamo noi. Qui a Pescara il terremoto è arrivato come un cupo sussurro dentro il buio, un’eco ferale che ha fatto dondolare i lampadari di casa assieme alle nostre certezze. E poi le immagini dei tg, all’alba. La distruzione. La morte. L’Aquila.

Facce strane. Attonite. Lunedì 6 aprile 2009, Pescara comincia il suo mattino sotto una coltre d’ovatta. C’è gente che si muove al rallentatore, auto irrealmente silenziose e sguardi vuoti, gonfi di stanchezza. Chi è abituato a sentire clacson incazzati già dalle sette e trenta, a respirare nevrosi e polveri sottili bestemmiando ad ogni incrocio, aggiunge il proprio sguardo incerto e puerile a quello degli altri.

Cinque studentesse del vicino liceo artistico si abbracciano felici. Vola pure qualche quaderno per aria. Non si fa scuola. Si anticipano le vacanze pasquali. Anche la scuola elementare di fronte casa mia è chiusa: una mamma parla con la bidella sulla soglia dell’ingresso principale, saluta e fa dietrofront digitando convulsamente i tasti del cellulare. Il bambino che trascina dietro di sé dovrebbe essere suo figlio.

Fuori c’è il sole ed io ho voglia di piangere.

lunedì 6 aprile 2009

[...]

giovedì 2 aprile 2009

Pensieri sull'Atletica che invecchia

«[...] mi alzo presto, così finisco il giro dei condomìni, poi vado ad Ancona e faccio gli europei di cross. Ci vediamo comunque in serata, per una pizza a Pescara vecchia...» (Frammento di comunicazione telefonica di un podista amatore, il giorno prima degli Europei Master Indoor 2009).


Lo sport ha i capelli grigi. L'atletica pure.


La maratona dei recenti campionati italiani, a Treviso, la vince un quarantenne.

Mi chiedo il senso della categoria Masters 35.


In Italia, per l'atletica, abbiamo gli 'anziani' più performanti del mondo.


La figura eterea del giovanissimo Armando (foto in alto, di Paolo Dell'Elce), lieve nel fango, appartiene alla dimensione del sogno.

martedì 24 marzo 2009

I vuoti lasciati da Clint

Bello il film. Però boh.... ti lascia un vuoto dentro. Deve essere brutto invecchiare e rendersi conto che i propri cari sono dei veri sconosciuti. (Of)

L'ultimo commento di Of al post precedente mi spinge ad effettuare una divagazione cinematografica. È bello divagare. Grazie Of e grazie Clint: è sano ritrovare un po' di vuoto interiore dentro un mondo pieno di vuote certezze.


Le redenzione secondo Eastwood. Le responsabilità dei padri. La vita. La morte. "Gran Torino" è un film semplice che tratta temi complessi. La ritengo l'opera più difficile girata dal grande Clint. In un film 'testamentario' che mette molta carne al fuoco si corre il rischio di dire troppo, di banalizzare ogni riflessione. Però Clint è Clint. Gli errori, le colpe di un padre anziano restano, o possono trovare il riscatto in una genitorialità senile e putativa (il rapporto tra l'anziano Walt Kowalsky ed il giovane coreano). La redenzione per Eastwood è un fatto umano che si gioca pragmaticamente, fino in fondo; anche a costo della propria vita.
P.S.: nel film sfilano, nella forma di un congedo estremo e virile, le figure stanche e autoironiche dell'ispettore Callaghan e del pistolero di 'leoniana' memoria. Tutta la coerenza di Eastwood.

sabato 21 marzo 2009

Notte insonne

Che Dio ci scampi / dalla povertà della visione e dal sonno di Newton. (William Blake)


Le quattro e mezza. Non ho sonno. E il sonno non mi avrà mai. Con le mani cerco la sveglia.
Il bidone dell'immondizia giù in strada suona le quattro e trentadue. Quanta roba buttiamo via. Il vetro quando non va in frantumi cerca sonorità liquide e taglienti, incontra il metallo del bidone, lo saluta rimbalzando, si tuffa tra altri vetri, colorati di roseo pomodoro e di un giallo che forse fu pera o albicocca; trova la gloria e una pace momentanea esplodendo sul fondo umido e irregolare dell'immondo traghetto che porta alla discarica. Il bidone ormai vuoto e solo, cade dalle ganasce del putrido furgone, senza un lamento. Un atto di inattesa pietà risparmia un asse da stiro che, perso da tempo l'uso delle gambe, si appoggia con riconoscente rispetto al bidone abbandonato. Troveranno l'alba insieme, senza dirsi una parola.
Il traghetto immondo e che non monda suona le quattro e trentaquattro tentando una sgommata.
Altro vetro va "digrignando" sull'asfalto. Colpa d'un calcio menato senza energia. Punisce una piccola e bianca bottiglia per una birra finita anzitempo. Si ride sguaiatamente per strada alle quattro e quaranta. La birra è già sangue. C’è un po’ di pianto dentro quelle risa, uno strano monologo che insegue la notte che sa già di mattino, di fredda umidità che infradicia le ossa. Una tosse grassa e baritonale sta a significarlo. Tosse, risa, pianto. La solitudine di un ubriaco mi fa compagnia. Fino alle cinque e dieci.
Il silenzio è tenue sfondo dentro questo strano crepuscolo ancora sporco di notte. Il clangore di una cinghia che slitta, le sorde sonorità di grevi ruote gemellate, si alternano armonicamente rimbalzando tra due palazzine; il canto di un uccellino interrompe l’idillio, ma solo per un po’.
Con le mani cerco la sveglia. Alle sei ed un minuto. Sembra l'alba quel chiarore là in fondo, oltre le tapparell...

martedì 17 marzo 2009

Federico Gasbarri e la gara perfetta

Si scrive di sport vero stavolta. Niente incursioni letterarie da quattro soldi.
Federico Gasbarri è il nuovo Campione d’Italia Cadetti di Corsa Campestre. A Porto Potenza Picena (MC), domenica, ha messo il petto davanti al futuro del mezzofondo giovanile italiano, senza paura e con l’intelligenza tattica del Cova degli anni migliori (lui che ha solo quindici anni).
Sì, Federico mi ha emozionato. Mi ha colpito la sua strenua volontà di vittoria, quell’andare a meta consumando l’ultima stilla di energia sulla linea del traguardo, non un centimetro prima, né uno dopo. È il successo del talento individuale, il suo, ma anche dell’abnegazione silenziosa, dell’impegno quotidiano, religioso e collettivo, proprio di una comunità morale a cui sento di appartenere, con orgoglio. Federico ha vinto per se stesso e la sua famiglia, per l'allenatore Carlo Piersante, per l’Abruzzo, terza regione nella classifica a squadre Cadetti e quarta nella combinata Cadetti-Cadette, e per la sua società, la Falco Azzurro Carichieti. Una domanda: quanto vale il successo di un giovanissimo mezzofondista che non ha un campo d’atletica dove allenarsi?

domenica 15 marzo 2009

Fantasia contro afasia

Break nella mia afasia! Adesso mi scrivono pure i personaggi dei miei racconti! A pensarci bene questa simpatica irruzione della 'fantasia' nella realtà del blog può tornare utile per un'ulteriore puntualizzazione, di carattere, diciamo così, 'educativo': c'è un allenatore (non un operatore del volontariato sociale) che sta ancora aspettando due parole da Francesca (e non da voci 'altre'), magari pure da suo padre. È una questione di educazione. Anche i personaggi dei miei racconti, quando vanno via, salutano.
Buona serata.
P.S.: per chi faticasse a capire, il riferimento è al post "Dialogo probabile" del 4 di marzo scorso e ai successivi commenti (clicca qui).


giovedì 12 marzo 2009

Afasia e mosche

Non ho voglia di scrivere. Mi succede ogni volta che il cervello prende a girare come una mosca chiusa in cucina. No, non sono pazzo, è che devo prendere una decisione cruciale.
Abbiate pazienza, può darsi che passi in fretta.

mercoledì 4 marzo 2009

Dialogo probabile

Due uomini sulla quarantina stanno seduti in un bar del centro. L’incontro è un appuntamento programmato da giorni, il caffè un pretesto. Un genitore chiede lumi ad un tecnico di atletica leggera. I due sono vecchi conoscenti.
« Tu la conosci Francesca, no? Lei ha talento, c’ha proprio il fisico. Due anni fa arrivo allo stadio e conosco Franco, Franco Burazzi. Io le ho affidato mia figlia, subito. Franco è un allenatore che si presenta bene: “Sono questo, faccio quello, con me Francesca arriverà…”. E io gli ho creduto, anche perché all’inizio lui aveva attenzioni solo per lei: alimentazione, tecnica sul campo… eravamo tutti entusiasti ».
« E poi, cosa è successo? ».
« È successo che per un annetto, forse anche meno, tutto è filato liscio, o quasi: Francesca migliorava, su tutte le distanze, corsa campestre compresa. Però… ».
« Però? ».
« Però gli allenamenti erano troppo pesanti. Salite, spiaggia, discese, chilometri, palestra, ostacoli alti e bassi. Sono arrivati i primi infortuni, la stanchezza. Francesca è un talento, ha bisogno di essere valorizzata, di fare certi lavori. Deve velocizzarsi ».
« Ah, ho capito. Deve velocizzarsi… ».
« Sì sì, perché ha bisogno di velocità in questo momento. Poi penseremo alle altre distanze. Guarda, in allenamento fa delle cose strabilianti, poi in gara si rifiuta di andare ai ritmi che sicuramente vale. È una questione di testa. Non si impegna abbastanza ».
« Ma, scusa, è lei che non si impegna o è una questione di metodo? Non capisco ».
« Francesca deve imparare a fare fatica, a finire stremata dopo ogni prova, proprio come faccio io in allenamento ».
Stavolta il viso del genitore si accende di una luce strana. La bocca gli si torce in un inquietante sorriso di autocompiacimento; le parole descrivono le sue inumane fatiche da mezzofondista tardivo, i suoi crudeli allenamenti di attempato ottocentista. Allora il tecnico di atletica ha come un’illuminazione, un pensiero veloce e ‘salvifico’ che gli fa dire:
« Ma Francesca ha bisogno di te, e di nessun altro! ».

Da un bar del centro si allontanano un tecnico di atletica leggera e un nuovo allenatore.

(Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale)

lunedì 2 marzo 2009

Oooops, dimenticavo...

Potevo dimenticare il Futuro? Matteo Di Ciano (nella foto sfocata dall'alta velocità del soggetto), fratello del brillante Armando (Atl. Rapino), corre davanti ai nostri sogni. Li batte in volata. Per ora lasciamolo bramare un paio di giretti sul brucomela, un sacrosanto diversivo per il 'dopo gara'.
Grazie Matteo, grazie Armando, col cuore.

Innocente narcisismo

Ringrazio i neo campioni regionali Lucrezia Anzideo (Ragazze), Saturnino Palombo (Senior Uomini), Luigi Turilli (Promesse Uomini), così come Luca Di Muzio, Lorenzo Sammassimo, Erica Fusella, Silvia e Margherita Scipione, Chiara Sammassimo, Manuel Esposito, Alessio Bisogno...
Sì, una botta di narcissico entusiasmo. Che male c'è? In fondo lavoro con loro ogni giorno. Parlino allora le immagini, anche stavolta. Foto dal Campionato Regionale di Cross a L'Aquila, ieri.
Cliccare sulle foto per ingrandirle















giovedì 26 febbraio 2009

Necessario insondabile

La penna corre sulle pagine cincischiate di una vecchia agenda sponsorizzata. La mano ha fretta di chiudere un laconico appunto: «Fondo medio saltato per affaticamento muscolare». L’allenatore chiude l’agenda, butta la penna dentro una tasca della borsa porta computer e ferma il cronometro che avrebbe continuato la sua corsa regolare e spietata. I cronometri non accumulano fatica, non hanno anima né fanno sconti. Gli allenatori lo sanno. Distillando numeri in successione sessagesimale trasformano i sogni in verità approssimate.
« Le gambe non vanno, non riesco a farle andare. Non ci capisco niente » fa l’atleta con voce incolore. Non c’è tristezza nelle sue parole, neanche preoccupazione. Una strana spossatezza impasta muscoli e pensieri in un unico grumo insolubile. In momenti come questi c’è bisogno di parole, ma non di risposte. Le risposte, quelle giuste, più o meno definitive, arrivano sempre qualche passo più avanti e sono buone per un’altra storia, che avrà comunque bisogno di altre parole. Questo, forse, è il senso ciclico dell’esperienza.

sabato 21 febbraio 2009

Lessico famigliare della corsa e complesso di inferiorità

(foto dal sito http://www.athleticsireland.ie/)


E' afflitto da un complesso di parità, non si sente inferiore a nessuno.
E. Flaiano

Qualche giorno fa scrivevo del qualunquismo intellettuale. Ne esistono molte forme, ed una che sopporto meno delle altre è quella che definisco “qualunquismo tecnico-sportivo”. Esso, ovviamente, lo troviamo declinato in molte sottocategorie; quella calcistica è la più nota, la più diffusa. La mia esperienza di allenatore di atletica leggera pone oggi all’attenzione di voi ‘naviganti’ la sottocategoria “qualunquismo tecnico-sportivo in chiave running”.
È noto che la corsa di resistenza è da annoverare tra le specialità cicliche aerobiche a basso contenuto coordinativo e tecnico (Incalza, Atletica Studi 2008/3). Molti allenatori del mezzofondo e del fondo in atletica leggera, secondo la mia esperienza, vivono male questa realtà che sembra porre in secondo piano il valore del loro impegno tecnico rispetto a quello di chi si occupa di discipline di potenza, i cui campi di indagine ruotano maggiormente su studi di biomeccanica, neurofisiologia, ecc. Capita allora che allo studio della tecnica del gesto che più ci sta a cuore (cioè il running, io sono di parte) segua un tecnicismo nevrotico che ci fa parlare tanto (e spesso a vanvera). “Tieni le spinte dietro”, “Piedi, piedi, piedi”, sono espressioni citatissime su tutti i campi di atletica italiani; pleonastiche o assurde che siano, le portiamo nel cuore, come i suoni dell'infanzia. E poi, possono pure tornare utili, anche soltanto a tener ‘sveglio’ l’atleta cui sono indirizzate.

Giorni fa un mio amico, allenatore come me, mi parlava della corsa di un atleta, di “piedi che scappavano dietro”, che “si perdevano dietro”. L’ho ascoltato con attenzione, ma non gli ho chiesto nulla sulla eventuale ‘terapia’ da adottare per correggere quel presunto difetto tecnico. Mi è bastato guardare il terreno, infangatissimo, viscido, su cui quell’atleta stava correndo. E allora ho sorriso.
Torno ai miei studi di biomeccanica, ai testi Aaberg e Weineck. Domani però devo ricordare ai miei ragazzi di mettere i chiodi da 10mm, il parco è un pantano.


mercoledì 18 febbraio 2009

La neve e la sabbia

Neve a Pescara, oggi. Neve che imbianca la pineta e che impedisce la solita velocità dei runners abituali. Si va più piano nel fango gelido; si arranca nel silenzio abbacinante. Tutti arrancano, tranne Armando, Chiara ed Erika. Loro si rincorrono ridendo di gusto, come scoiattoli parlanti. Piccoli keniani d’altra latitudine scivolano sulla neve e il sudore. E allora penso che la neve e la sabbia siano figlie della stessa sostanza, quando la fatica non fa più paura e la corsa diventa un gioco appassionante.



sabato 14 febbraio 2009

I giovani che ci meritiamo

Il commento di Anonimo nel post precedente (quello sull’ipocrisia e sull’invidia tra i ragazzini) mi ha fatto pensare. Cerco ogni giorno e in tutti i modi di fuggire, combattere, sbugiardare il qualunquismo intellettuale, quel parlare – o scrivere – per luoghi comuni, per sentito dire, spesso senza un dato che sia uno; uno straccio di prova. Sovente anch’io, malgrado l’impegno ostinato che metto in tale ufficio, cado vittima del più becero qualunquismo. Anonimo fa comunque bene a scrivere, e gliene sono grato. Mi permette di realizzare una breve riflessione pedagogica.
Nel mio lavoro, quello di insegnante elementare, è questione nota la difficoltà dei bambini, dai sei agli undici anni, nel rispettare le più elementari (mi si passi la dizione) regole di convivenza.
Cercando di stare ai numeri, tirando le somme di una mia personale ricerca effettuata qualche anno fa su un campione di circa 80 alunni, di età compresa tra i 7 e gli 8 anni, di estrazione socio-culturale media, ho potuto rilevare che:

il 20% dei bimbi non riusciva affatto a controllare tono di voce e posture (urlava, si agitava, girava per i banchi correndo e urtando i compagni durante la lezione); non sapeva ascoltare in silenzio l’insegnante; non stava seduto al proprio posto quando gli veniva richiesto dal lavoro; reagiva alle provocazioni con aggressioni fisiche;

il 50% dei bimbi aveva notevoli difficoltà nel rispettare le regole di giochi collettivi (nel piccolo e nel grande gruppo, nei giochi motori e/o cognitivi).

E potrei andare avanti ancora e ancora. Per carità, non è mica una ricerca scientifica. È la mia esperienza di insegnante e mi fa quasi sorridere dei ragazzini ‘ipocriti’ e ‘invidiosi’ citati da Anonimo. Dei loro genitori e dei modelli educativi cui fanno riferimento no, di quelli non riesco proprio a sorridere.

giovedì 12 febbraio 2009

Avviso ai naviganti!

Carissimi naviganti, ho saputo che ieri in molti avete avuto problemi col mio blog: cliccando su www.mariodebenedictis.blogspot.com venivate 'spiaggiati' su una inquietante schermata grigio-azzurrina che avvertiva di un possibile errore di connessione. Niente paura. Ho da poco cambiato l'url di Opinioni Aerobiche. Ho acquistato un nuovo dominio, un più 'leggero' www.mariodebenedictis.com ed evidentemente quando ieri qualcuno si collegava passando dal vecchio c'era qualche problema nel redirect. Chi volesse aggiornare l'indirizzo può farlo; chi no dovrebbe essere comunque 'dirottato' sul nuovo. Stamane ho fatto le prove generali e tutto sembra funzionare a meraviglia.

martedì 10 febbraio 2009

Fango fiorentino

Campi Bisenzio, Parco di Villa Montalvo, domenica 8 febbraio 2009; Finale Nazionale CdS di Corsa Campestre. Mota che gela le ossa e che monda l’anima.
Un grande Marco Salvi (Atl. Gran Sasso Teramo) vincitore tra gli allievi e pochi irriducibili runners del Cus Atletica Chieti, unica squadra abruzzese presente nel cross corto maschile, e tra le uniche due in quello allievi. Un grazie grande come il cuore dei 'miei' atleti, va proprio ad essi: Luca Di Muzio, Manuel Esposito, Denny Anzideo, Saturnino Palombo, Luigi Turilli, Alessio Bisogno, Renzo Di Nardo, Flavio Di Bartolomeo. Grazie, grazie, grazie.
Che parlino le immagini (cliccare sulle foto per ingrandirle).






















martedì 3 febbraio 2009

La corsa e il sorriso






Posto volentieri uno scritto dell'amico Paolo Dell'Elce, un artista autentico (lo so, suona pleonastico, ma con i tempi che corrono è bene rimarcare le cose). Lo dico subito, all'inizio ero un po' restio a pubblicarlo perché Paolo scrive pure di me, mi ha tirato in ballo, e questo mi crea un lieve imbarazzo. Ma la poesia di un sorriso val bene anche un atto di timida vanità.
Buona lettura.

La corsa e il sorriso
(di Paolo Dell'Elce)

Il sorriso è il sorriso di Chiara, una ragazzina leggera e dolce come una nuvola di zucchero filato, la corsa è la sua corsa e quella di altre ragazzine come lei che ogni domenica si danno appuntamento al parco D’Avalos sotto la guida appassionata di Mario. Per correre.
“Cinque giri di riscaldamento, Mario?”…Chiara parla poco, sta ferma in ascolto, come un cagnolino attento, con le orecchie dritte, accanto al suo papà Antonello, che cerca di tradurle le complesse teorie di allenamento di Mario…Chiara ascolta e poi chiede al suo papà…”Che ha detto Mario?”…
Chiara ha la corsa nel sangue, e si vede dal suo sorriso che non l’abbandona mai, nemmeno dopo le innumerevoli “ripetute” sui quattrocento metri a ritmi più che ragguardevoli…il suo corpo è leggero come la sua anima di bambina felice e fortunata, amata e seguita dal suo papà, e quando finisce la sua corsa va da lui e lo ringrazia con il suo sorriso…”Cinque minuti di defaticamento Mario?”…e poi torna a correre, piena di fresca e rinnovata energia.
Il sorriso di Chiara è la sua benzina, si potrebbe dire il suo doping, ma non voglio dirlo (anche se l’ho detto). Parlare di doping a questi bambini è qualcosa di mostruoso e aberrante, e le loro orecchie non dovrebbero mai sentire questa parola. Non dovrebbero mai poter pensare che esiste anche un altro modo di correre, un’altra ragione che non sia quella di correre per la propria felicità, per la gioia di sentire la dolcezza dell’aria e la carezza del sole, ascoltando il proprio respiro, mentre vanno incontro alla vita lungo un sentiero di luce…veloci, leggeri…senza alcuna fatica, con quel sorriso che è l’immagine più pura della loro anima. Della loro inconsapevole bellezza.


domenica 1 febbraio 2009

Le nuvole sotto il cielo


Sono un po’ stanco. Rimando a domani le mie ‘opinioni aerobiche’ sulla bella giornata di sport vissuta oggi a Penne (CdS di Cross dell’Area Promozionale).
Chiudo la serata pensando alle nuvole; quelle che stanno sotto il cielo, frapponendosi tra noi e lui e concedendoci al mattino frazioni di luce triste. Il cielo è altrove da un po’; malato, uggioso, in attesa pure lui di tempi migliori. A me non resta che uscire, nel tardo pomeriggio, quando anche le nuvole non servono più – il cielo e l’umidità sono una sola sostanza, buia e appiccicosa -, imboccare la riviera nord, quella che porta a Montesilvano, e prendere energia nel salutare altri come me, incrociandone la fatica.
Si annega tra le polveri sottili, qui sulla riviera. Le nuvole, che non vedo, le tengono giù abbastanza da farmi ogni passo un po’ più bolso. Ma non cambio il mio percorso. Come un non fumatore di quarant’anni fa dentro un circolo sociale, mi infradicio polmoni e vestiti di nebbia avvelenata, per una chiacchiera con un volto amico che di sicuro incontrerò.

mercoledì 28 gennaio 2009

Luigi Turilli, ovvero l'uomo agli antipodi del doping




Luigi Turilli (Cus Chieti Atletica) ha stupito molti dei presenti al CdS Regionale di Cross Assoluto, a Pescara, domenica scorsa. Ha da poco compiuto diciannove anni (è nato a dicembre, nel 1989), ma ha saggezza e grinta da vendere.
Domenica, dicevamo, è arrivato terzo nella gara del cross corto (4 km), a meno di venti secondi dal forte Fabiano Carozza e a tredici dal coriaceo Valentino Comarca, entrambi della Bruni Pubbl. Atletica Vomano. Dietro di lui tanti bei nomi: Euga Karim (Atletica 2000), Gianluca Pelusi (Bruni Pubbl. Atl. Vomano), Flavio Di Bartolomeo (Cus Chieti Atl.)…
Luigi è partito con fare assai cauto ed ha chiuso con una progressione che ha lasciato sul posto atleti molto più esperti di lui, ma incapaci di tenergli dietro sul piano della interpretazione tattica della gara.
Luigi è l’Antidoping, nel senso che sta agli antipodi di qualsiasi pratica ergogena. Luigi, con i suoi 12.8 g/dl (altro che Epo e consimili!), i suoi studi di informatica e il rispetto intelligente del programma di allenamento assegnatogli.
Sono orgoglioso di allenarlo.

domenica 25 gennaio 2009

Il successo della passione

Il Cus Chieti Atletica torna grande. Pensieri e immagini dal CdS di Cross a Pescara, Parco d'Avalos, 25 gennaio 2009


Mettere il cuore dentro il proprio lavoro, cercare la fatica con intelligenza e scoprirne il senso più intimo; conoscere se stessi e il mondo che c’è fuori attraverso l’impegno sincronico di mente e corpo, sporchi di sabbia umida, assieme ai compagni di sempre; più giovani, meno giovani…
Cerco di mettere ordine ai miei pensieri, alla fresca memoria di oggi. Ma non ci riesco. Non fa nulla. Sono felice, della felicità dei miei ragazzi, più giovani, meno giovani…

Le foto: nella prima in alto l'arrivo di Luigi Turilli, 3° class. Cross Corto Assoluto; nelle altre, a seguire: Giorgia Di Lallo, Denny Anzideo (1 e 2), Luca Di Muzio (con Loris Di Marcantonio e da solo), Flavio Di Bartolomeo, Alessio Bisogno, Renzo Di Nardo (mitico supermaster, all'arrivo e nel dopo gara) .



sabato 24 gennaio 2009

Sotto il mare

Cover art for "The Woman Who Walked Into the Sea" by Philip R. Craig, acrylics on illustration board


Forse è giusto il detto che corre
sulle navi: ‘L’umanità si divide in tre
categorie: i Vivi, i Morti e i Naviganti’.
Dei Vivi tutti parlano e tutti si preoccupano.
Dei Morti pochi parlano e nessuno
si preoccupa.
Dei Naviganti nessuno parla e nessuno
si preoccupa. Tranne, naturalmente,
loro stessi.
Norberto Biso


C’è un mondo misteriosissimo e pieno di vita sotto il pelo dell’acqua. Appena sotto e via via più giù. È una dimensione soavemente terrifica, onirica, fortemente simbolica e intellettualmente intrigante. Non occorre essere esperti nuotatori per godersi lo spettacolo di ciò che non si vede o si intravvede. Basta il giusto timore, la curiosità di un bambino e un’affinata tecnica respiratoria.
Dedico questo post criptico ed equoreo all’amico Valerio, conosciuto venti anni fa sul cammino per Barcellona ’92, ideatore geniale di quel progetto che rese possibile il bronzo olimpico di mio fratello Giovanni. Valerio, poeta scienziato, marciatore degli abissi, è ancora sulla breccia; ma di più, per ora, non posso dirvi…

mercoledì 21 gennaio 2009

Flavio, Luigi, Alessio, Luca... si aprono le danze



Domenica prossima ci sarà l'"atto unico" del CdS Assoluto Regionale di cross. Si correrà a Pescara, Parco d'Avalos, dentro sentieri noti. Il Cus Chieti Atletica dirà la sua, coi suoi Allievi e i Seniores (ma la dizione è ancora questa?), supportati dai preziosissimi Masters (e qui la lettera maiuscola è d'obbligo) che, sono certo, sapranno fare la differenza. Su tutti, cronometricamente parlando, il ritrovato Flavio Di Bartolomeo (santo subito!) e il giovanissimo Luca Di Muzio, all'esordio tra gli Allievi.

domenica 18 gennaio 2009

I miei contatti veri. Altro che Facebook!


Denny, Giorgia, Lorenzo, Luca, Flavio, Alessio, Luigi, Carmine, Alessandro, Davide, Erika, Chiara, Lucrezia: immagini di oggi, al Parco, prima della fatica. Contatti veri, atleti; amici. La tastiera e il mouse vengono sempre dopo.

sabato 17 gennaio 2009

Tutti mi cercano, tutti mi vogliono. Allora mi “suicido”


Ho deciso, esco da Facebook, mi “suicido”, come si dice in gergo “internettiano” quando si abbandona un forum telematico con account. Lo faccio perché ritengo Facebook un’inutile macchina mangia tempo.
Chiudo con le richieste di amicizia, probabili e improbabili, comunque sufficienti ad intasarmi outlook. Del resto con la virtualità ho già fatto il pieno; il mio blog, che con fatica ho piegato alla mia sanguigna umanità, è già un bell’impegno. Chi volesse incontrarmi, virtualmente o no, sa dove sono.

martedì 13 gennaio 2009

Camillo e Flavio battono il doping




L'affetto, la gratitudine e le buone cose umane surclassano il doping, almeno nei "click" su questo blog. Record di lettori per i due post precedenti. Trionfo del vero. Bisogno di autenticità.

venerdì 9 gennaio 2009

Camillo Campitelli, campione del vero


"Sisifo insegna la superiore fedeltà che nega gli dèi e solleva i macigni. Quest’universo ormai senza padrone non gli appare sterile nè futile. Ogni grano di questa pietra, ogni bagliore minerale di questa montagna piena di notte, costituisce di per sè un mondo. Anche la lotta verso le cime basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice." (Albert Camus, Il mito di Sisifo)

Voglio raccontare una storia semplice e profonda cercando la via della sintesi ché ho paura di “tradire” un amico, scivolando sul retorico. La dedico a tutti quelli che sono capaci di distinguere il vero dal falso dentro al nostro mondo di faticatori per diletto podistico; la consiglio pure a quanti fanno confusione (molti in verità, troppi), gente usa a mitizzare chiunque tagli per primo il traguardo. Sì, a pensarci bene questa storia potrei pure dedicarla a quel popolo di scommettitori da cinodromo, santificatori da bar, lesti al linciaggio sommario appena si sgama l’ennesimo campione senza valore.
Prima di cominciare vorrei porre un quesito e abbozzare una risposta. Che cosa vuol dire campione? A me piace l’accezione medievale del termine. Campione come duellante in difesa di una causa nobile. Nello sport, il nostro sport, me lo figuro un po’ Parsifal, un po’ Sisifo. Un cavaliere appiedato per scelta e condannato all’amore per la fatica.

È da un po’ che cerco il “la” per questo mio racconto, armato di entusiasmo e devozione per qualcosa che dovrebbe essere un tributo alla persona che meglio incarna il “Senso podistico” di una regione, l’Abruzzo, sfiancata moralmente dalla dilagante volgarità del doping ruspante. La persona in questione è dunque un amico; è Camillo Campitelli.
Camillo è il mito vivente del podismo abruzzese, un’icona del running la cui forza eccezionale sta dentro un ossimoro: straordinaria normalità. Perché Camillo è uno di quelli che prima di correre, o dopo aver corso, sta otto ore in fabbrica a fare altra fatica; Camillo corre dal ’76, quasi trentatre anni, senza interruzioni. Non detiene primati ufficiali, neanche a livello regionale, ma è il runner più forte che io conosca.
Ci incontrammo per la prima volta trentadue anni fa, in una gara su strada, una delle prime kermesse podistiche locali, figlie dell’austerity del ’76. Camillo me le suonò ben bene. Per carità lui aveva quindici anni e io dodici, ma allora mi allenavo già come un keniano e avevo la resistenza di un varano dopato. Battermi non era un affaruccio semplice semplice. Insomma, per un paio di anni ci demmo “fastidio” a vicenda. Poi, intorno al ’79, partì dalla natia Castel Frentano per la Germania. No, non era stato ingaggiato dallo Shalke 04. Camillo andava su per un lavoro “normale”, credo come metalmeccanico. Lì, nonostante le difficoltà derivanti dall’essere giovane straniero spaesato, con la condanna necessaria di un lavoro prezioso e soverchio, trovò il modo di migliorare il suo personalissimo metodo di allenamento. Camillo, podista autodidatta e “anarchico”, conobbe la scuola del mezzofondo tedesco d’occidente. Affinò l’arte della temperanza e imparò la disciplina, unitamente ad una organizzazione del training decisamente meno empirica delle sue corse matte e a perdifiato dentro la vallata del Sangro. Era cresciuto atleticamente, ma non solo. Se ne accorse pure lo Stato che lo chiamò per il servizio di leva, a Napoli, presso il Centro Sportivo dell’Esercito. Siamo agli inizi degli anni ’80, anni di vuoto edonismo reganiano, di panini e paninari, di moti studenteschi griffati Timberland e Moncler. Camillo cresce ancora atleticamente, e continua a macinare chilometri calzando Nike, ma non per moda. In Abruzzo è dappertutto, strada, pista, cross, montagna… Qualcuno giura addirittura di averlo visto correre, la stessa domenica, alla stessa ora, in due, tre gare diverse. Inizia così la costruzione del mito Campitelli.
Mito come discorso, racconto sull’arte del podismo di casa nostra. Un mito la cui forza poggia anch’essa sulla magia di un ossimoro: il frastuono silenzioso di imprese normali. Camillo dà l’anima per la corsa e si diverte. Chi volesse cimentarsi nella lettura degli albi d’oro delle più prestigiose “stradali” abruzzesi degli ultimi venticinque anni, troverà il suo nome, come costante, tra i primi tre classificati assoluti, un migliaio di volte. Camillo, che quando vince lo fa in silenzio, ogni tanto levando le braccia al Cielo, quasi a ringraziarlo di tanta benevolenza.
Cronometricamente dà il meglio di sé all’inizio degli anni ’90: 31’06” sui 10.000m, 1:06:52 nella maratonina, 2:26:21 nella maratona; tempi eccezionali perché ottenuti tutti (lo dico con convinzione) senza una preparazione finalizzata al “crono”. Perché Camillo non ha mai pensato al tempo. Ed è forse questo il suo segreto. Camillo è il corridore perpetuo, ed oggi, a quasi quarantasette anni, è ancora capace di correre la maratonina in 1:13. Poco gli importa l’aver buttato alle ortiche la reale possibilità di diventare pluricampione mondiale della 100 km (anche di questo, da tecnico, sono fermamente convinto; non me ne voglia l’ottimo Mario Fattore). L’arte di Camillo Campitelli è quella di attraversare il tempo, correndoci dentro e non rincorrendolo. Il sogno di ogni podista, ciò che amo chiamare long life running, è per lui, da sempre, eccezionale quotidianità, straordinaria normalità.

martedì 6 gennaio 2009

O Capitano! Mio Capitano!

Flavio Di Bartolomeo ha deciso di tornare a “menare la rumba”. Ha ripreso a far fatica pure lui dentro al Parco d’Avalos, capitano di un Cus Atletica Chieti sempre più ricco di novità positive in fatto di running. Il gruppo dei “miei” atleti sta crescendo quasi esponenzialmente, e son davvero felice di vedere il mitico Flavio sporcarsi le scarpe di fango assieme ai giovanissimi, impastarsi di gioia e fatica con loro. Flavio è un esempio di leale combattività, un fighter, un runner anglosassone d’altri tempi. Domani all’Angelini, dopo il convincente allenamento di oggi al Parco, darà una mano ai giovanissimi Luca, Lorenzo, Manuel…
“A volte il gruppo nasce spontaneamente, a volte occorre crearlo, e se le cose vanno bene tutto diventa più facile". (Azeglio Vicini)

domenica 4 gennaio 2009

Maratoneti d'Abruzzo (e dintorni)

Ho simpatia per chi si spende con passione per la nostra disciplina, il nostro universo. Gli amici del sito “I Maratoneti d’Abruzzo e dintorni” si impegnano così, mettendo il cuore dentro ogni loro pubblicazione, dalla “fredda” classifica (mai fredda in verità), ai consigli sull’allenamento. Un invito ai miei lettori per un giretto da quelle parti; se volete ve lo do io un passaggio, basta fare click qui.


giovedì 1 gennaio 2009

Come trent'anni fa...

La Pineta d’Avalos di Pescara è un luogo consacrato alla corsa. La foto che mi ritrae scomposto e affaticato sul traguardo di un Campionato Nazionale AICS (era il ’79), mostra un ragazzino dell’età dei miei stessi allievi (Lorenzo, Luca…). Tanto è cambiato nel nostro mondo di soave fatica proletaria: le metodologie di allenamento, sempre più sofisticate, scientifiche, unitamente al supporto sempre più incisivo della medicina dello sport. È la scienza al servizio dello sport che ha mutato radicalmente il modo di pensare, meglio, di ri-pensare, il ruolo della corsa, nelle sue molteplici espressioni: breve, media e di lunga durata. Consentitemi però un’osservazione: lo sguardo di chi si avvicina al traguardo, quello del ragazzino nella foto, è lo stesso dei ragazzi che seguo, quando fanno il medesimo esercizio. Quella disperata vitalità che passa indenne le insidie del tempo, quei trent’anni che possono ingiallire una foto ma che nulla possono contro la forza di un sogno appassionato, di un desiderio, di un insegnamento…

mercoledì 31 dicembre 2008

Auguri per l'anno che arriva e felicità, come questa

Auguro a tutti tanta felicità; quella che è nel sorriso di Chiara, Margherita e Armando. Chi stava al Parco d'Avalos con me stamani sa di cosa parlo. Chi non c'era provi a fidarsi. Di più, e di meglio, non saprei augurarvi.

lunedì 29 dicembre 2008

Ventimila e più!

Sì, per me son tanti! Ventimila visitatori unici, spesso lettori assidui; qualcuno pure attivo nei commenti. Che dire? Innanzi tutto grazie. Saranno (sarete, saremo) pure una goccia nel mare del Web, ma io grido (quasi) al successo. C'è interesse intorno ai post, soprattutto per i commenti, vera anima del blog. Grazie ancora, col cuore.

sabato 27 dicembre 2008

Arriva la pizza, si avvicina il cross

Alla fine la pizza col “Sat” sono riuscito a mangiarla. È vero, era al taglio, praticamente tirata su d’un fiato, nel corso di un briefing pre-cds di cross, dentro un’angusta pizzeria dell’IPERCOOP di Sambuceto. Saturnino sta bene, viaggia da 3’10”/km sugli 8 km (e forse anche sui 10; non dire che son troppo buono, Sat) e il resto del Cus Atletica Chieti non sta fermo. Insomma sta prendendo forma una squadra di crossisti che devo ancora decidere dove andrà a far “danni”: sul cross lungo? Nel corto? (Non vengo mica a dire i miei segreti qui sul blog? ;)).
Vedremo. Manca giusto un mese.

venerdì 26 dicembre 2008

e sia la pioggia

Fondo progressivo per tutti, questa mattina, al Parco d’Avalos. Niente cross country però; solo asfalto e tanta acqua. “Rari nantes in gurgite vasto” (pochi naufraghi nell’immenso mare, per dirla con Virgilio), a far fatica tra pozzanghere e freddo di stagione stemperato nel calore della buona compagnia. È stato un vero piacere riveder galoppare il buon Saturnino, “Sat”, Palombo, assieme ai puledri Lorenzo e Luca, e ai cagnacci Alessandro, Luigi e Alessio. Un bel progressivo di 10-12 km col Sat a chiudere gli ultimi 5 in 16’50”.
Io mi son divertito a correre un po’ con Chiara, Armando ed Erika (33 anni in tre), e a finire in solitaria, sul filo dei 4’00”/km, gli ultimi 3 km dei nove programmati.

La fantasia è un posto dove ci piove dentro. (Italo Calvino)

mercoledì 24 dicembre 2008

Auguri, ma però

Faccio voti affinché il nuovo anno porti via qualche chilo di troppo ai molti politici nostrani, amministratori della cosa pubblica, faccioni eternamente usi ad insalivare il bolo di panini, porchette, consigli e promesse. Un sindaco obeso potrà mai capire le ragioni di chi corre con gioia, quotidianamente, dentro impianti sportivi fatiscenti e lugubri?
Buone feste a tutti, qualcuno escluso.

martedì 23 dicembre 2008

Indiscrezioni crossistiche abruzzesi

Roba fresca fresca. Ho le locations dei primi tre appuntamenti per la corsa campestre Fidal qui in Abruzzo. Il primo, quello del 25 di gennaio (C.d.S. di Corsa Campestre – Prova Regionale Unica Sen /Pro. /Jun. /All. /Mast), si svolgerà a Francavilla, anche se non so bene dove. La manifestazione dovrebbe essere organizzata dalla Farnese Vini. La prova del primo febbraio (1^ Prova C.d.S. di Corsa Campestre Area Promozionale Cat. Ragazzi/e e Cadetti/e + gara contorno Esordienti + C.d.S. e Campionato Individuale Masters di Corsa Campestre) invece si correrà a Penne (località Baricelle?), e sarà di certo organizzata dall’Amatori Podisti Pennesi. La terza, quella del primo marzo (Campionato Regionale Individuale di Cross Assoluto Sen./Pro./Jun./All. - Campionato Regionale Individuale e 2^ Prova C.d.S. di Corsa Campestre Area Promozionale Cat. Ragazzi/e e Cadetti/e + gara di contorno Esordienti) si svolgerà come lo scorso anno a L’Aquila.

sabato 20 dicembre 2008

Correre al Parco d'Avalos

La domenica mattina è il Parco d'Avalos. Una sorta di "significante totale", un assoluto podistico. Il Parco d'Avalos, ciuffo sconvolto sull'Adriatico verde, per dirla con d'Annunzio, è il luogo dove i miei ragazzi si confrontano innanzi tutto con loro stessi, nell'impegno giocoso e condiviso con i pari e con gli adulti. Prima di ogni insegnamento tecnico, di ogni tabella di allenamento, c'è il dialogo. Dialogo, cioè confronto sereno, riflessione collettiva, ricerca. Chi pensa che esistano segreti, bacchette magiche o misteriose alchimie dietro la crescita atletica di ogni corridore, top level o amatore che sia, non ha capito nulla del nostro meraviglioso mondo di fatica soave. Passione per la conoscenza, comprensione dell'altro, simpatia (come condivisione di emozioni, sensazioni)... questo è il nostro segreto di Pulcinella.

sabato 13 dicembre 2008

Pensando ai bambini

Il bambino non è un adulto in miniatura e la sua mentalità non è solo quantitativamente, ma anche qualitativamente diversa da quella degli adulti, e per questa ragione un bambino non soltanto è più piccolo, ma anche diverso. Claparède 1937


In questi giorni sto studiando tanto. Non un impegno intellettuale “nomadico”, ma uno studio profondo e attento alle problematiche dell’allenamento dei bambini e degli adolescenti.
Sento molto la responsabilità di un’azione che è innanzi tutto educativa, e che agisce su strutture e funzioni psicofisiche regolate da meccanismi complessi, all’interno di una crescita caratterizzata dalla non linearità. L’allenamento dagli 11 ai 16 anni è “mestiere” difficile che esige una preparazione meticolosa e in progress da parte di istruttori e allenatori.
Mi piacerebbe vedere corsi federali di formazione istruttori/allenatori strutturati in modo diverso: il livello operante nel settore giovanile dovrebbe essere l’ultimo (inteso come punto di arrivo di un lungo percorso formativo), e il più impegnativo. Chi inizia ad “allenare” spesso lo fa partendo dai bambini e/o dagli adolescenti, sovente senza il conforto di una guida esperta. (A proposito: ho saputo da amici di essere stato inserito tra i relatori del Corso Regionale Istruttori Fidal. “Il ruolo della forza nella marcia”, o giù di lì, dovrebbe essere l’argomento del mio intervento. Dovrei tenere questa lezione il primo marzo 2009. Io però non sono stato ancora informato ufficialmente della cosa. Peraltro il primo marzo sarò impegnato con circa una ventina di mezzofondisti ai Campionati Regionali Individuali di Cross. Ma chi fa il calendario dei corsi non fa pure quello agonistico?).

Mi permetto di concludere questo mio post suggerendovi un testo notevolissimo di teoria dell’allenamento: “L’Allenamento Ottimale” di Jürgen Weineck, Calzetti Mariucci Editori. Esso si caratterizza per la costante e particolare attenzione alle problematiche dell’allenamento infantile e giovanile, oltre che per la rigorosa “trattazione delle metodologie dell’allenamento, compresi gli aspetti applicativi, in funzione dei principi della medicina sportiva e dei fondamenti della fisiologia che regolano la prestazione atletica”.
In esso leggevo un elenco di “condizioni preliminari” per l’avviamento ad un allenamento di alto livello nell’età infantile e nell’adolescenza. Tra queste mi piace ricordarne alcune, evidenti e cruciali: l’allenamento come atto intrapreso volontariamente dal bambino, e non imposto da genitori o allenatori; l’allenamento come attività che non sottragga tempo utile a coltivare interessi diversi da quelli sportivi; l’allenamento come impegno che non danneggia la formazione scolastica.

Lapalissiano? Non per tutti, ahimè.

venerdì 12 dicembre 2008

Goal!


Ieri sera (qualche ora fa) ho ricevuto una telefonata da un amico. Ottime notizie, di quelle che ti cambiano un tantinello la vita. Non voglio però aggiungere molto di più (leggasi scendere nei dettagli), e non per scaramanzia. La nuova ha a che fare con il progetto sportivo a cui sto lavorando da qualche tempo. La cosa mi fa sorridere un po': penso ai "tempi di reazione" della Fidal, ai suoi buoni propositi e alla triste realtà (sportiva) che abbiamo ancora sotto gli occhi. Sono convinto (ora ne ho le prove) che il cambiamento (palingenesi?) per l'Atletica avverrà grazie a forze esterne al suo mondo.

Notte a tutti o, se preferite, buongiorno.

martedì 9 dicembre 2008

Rubando un pezzo d'Abruzzo antico

Quella foto vorrei averla scattata io. L'ho rubata su Facebook all'amico Francesco Scafuro. Sono le ultime olimpiadi di mio fratello Giovanni. Renato D'Amario lo incita sostenendo il peso di uno sfibrato tricolore. Vittorio Visini, di spalle, osserva la scena come un vecchio ufficiale napoleonico.

lunedì 8 dicembre 2008

Energia pulita


Matteo (in alto) e Armando Di Ciano, della Libertas Atletica Rapino



Se l’Abruzzo tornerà ad esprimere eccellenze atletiche nel mezzofondo, nel fondo e nella marcia sarà per effetto di un ritorno alla semplicità. Essa non è altro che un vivere senza fronzoli, un andare dritto allo scopo, ludico spirito di sacrificio educato al vero. L’energia che trovo in talune realtà locali va in questa direzione. È il caso dell’attività della Libertas Atletica Rapino, dell’amorevole dedizione alla causa del podismo del suo presidente, Luigi Fosco. Supportare tecnicamente – per quel che si può – belle e semplici evidenze come questa vuol dire garantire continuità al nostro movimento. Se la scienza dello sport si avvicinerà alla dinamica naturalità dei piccoli ma ricchissimi centri pedemontani, della Majella come del Gran Sasso, ne beneficerà non solo l’Atletica che corre, ma anche la qualità della nostra esistenza.
È anche per questo che mi pregio di dare un contributo all’educazione di alcuni giovanissimi runners “targati” Rapino. Armando e Matteo Di Ciano (foto in alto) sprizzano energia da tutti i pori. Energia pulita.



giovedì 4 dicembre 2008

Martina Petrini e gli Europei di Cross negati

Ieri, proprio mentre tornavamo ad avvelenarci il sangue con le trite vicende del doping in salsa abruzzese, qualcosa di diversamente triste accadeva alla mezzofondista pescarese Martina Petrini. Ricordate? Qualche post fa la davo convocata, per la categoria Juniores, nella spedizione azzurra ai prossimi Europei di Cross che si svolgeranno a Bruxelles il 14 di questo mese. Le mie erano previsioni scontate, viste le belle e limpide prove disputate da Martina nei due dei tre cross validi come selezione per i prossimi campionati continentali. Ad Osimo era arrivata terza, dietro Veronica Inglese (Gran Sasso Teramo) e la vincitrice Lucia Colì (Cus Ripresa Bologna); nel cross di Volpiano era quarta, sempre dietro Inglese e Colì, ma preceduta pure da Jessica Pulina (Atl. Ploaghe), quest'ultima solo settima nella prova di Osimo. Facile pronosticare una maglia azzurra per la tenace Martina: per la classifica a squadre occorrono quattro risultati; quindi quattro titolari e due riserve. Martina è matematicamente dentro.
Ma la matematica e le misteriose strategie della nostra federazione sono universi distanti assai. Morale della favola: Martina a casa e a Bruxelles andranno Colì, Inglese e Pulina. Le Junior non concorreranno per il risultato a squadre (!!??).
Se il buon giorno si vede dal mattino la Fidal comincia proprio bene...
Sono vicino a Martina e al suo tecnico, Luciano Carchesio. Dico loro di non abbattersi, di continuare a "pestare" con tenacia e intelligenza, come hanno sempre fatto. Altre soddisfazioni arriveranno. Abbiamo bisogno di esempi veri, puliti, come il loro. Questa Fidal non può permettersi di perdere riferimenti tanto positivi, visti i tempi che corrono (penso ai nostri ragazzi e ai loro modelli di riferimento).
P.S.: non voglio fare cattivi pensieri, ma c'entrerà nulla la recente elezione di Augusto D'Agostino nel Consiglio Federale (quota tecnici)? Lui è U.S. Aterno Pescara e Martina pure.

martedì 2 dicembre 2008

L'ultimo filo di Peter Parker

Manoscritto trovato per caso a Central Park, New York, da un giovane marciatore il 4 settembre 2002, su una panchina madida di gelido mattino.

Minuscoli e lenti. Gli uomini da quassù fanno quasi tenerezza. Anche quelli che sfrecciano verso uffici di cristallo, colletti bianchi dai pensieri che sanno di guerra e di recessione. Centauri che tagliano immobili a trenta miglia orarie la Fifth Avenue; portati da strani automatismi.
Lenti e minuscoli. A testa in giù e appiccicato a uno spuntone di cemento, a cento e più metri dal suolo, tutto di quel mondo mi arriva ovattato e irreale.
Irreale come il ghigno beffardo di Goblin. Non fa più paura a nessuno, anzi. Venduto a cinque dollari su t-shirt improbabili, su panche di legno marcio nel Bronx.
Quanto era veloce il folletto verde. Quanto era forte. La scelta di Norman pagò subito nella moneta oggi più ambita. Il successo, gli onori della cronaca, riscattarono un destino grigio e mediocre; forse soltanto a misura d’uomo.
La chimica lo cambiò nel corpo e nel cuore. La morte, che arrivò presto, gli risparmiò lo strazio di un declino patetico e ineluttabile. Altri buffoni in calzamaglia, più giovani e chimicamente meglio attrezzati di lui, avrebbero potuto giocare ad umiliarlo. Fino a farlo impazzire, di nuovo.

“Da un grande potere, grandi responsabilità”, questo mi avevano detto. Ed io ho vissuto così.
Lascio New York e i suoi specchi di cristallo a ottanta piani; così come il riflesso della mia buffa figura rossa e blu non farà più capolino tra i profili di questi fragili giganti.
Ho lottato dando sempre tutte le energie che avevo, e null’altro di più; e se la stampa ha mostrato la mia maschera, lo ha fatto per distruggermi, per coprirmi di ridicolo.
Ma nulla e nessuno durano per sempre. Ed io mi faccio da parte. Perché i muscoli dell’anima picchiano duro sulla mia coscienza. Un uomo morso da un ragno e da un destino terribile e stupendo, reclama la sua vita.

Minuscoli e lenti. Voglio essere come loro.

venerdì 28 novembre 2008

Evviva Stoccolma!

Post semi-criptico. Post per pochi intimi, o quasi. Un saluto agli amici svedesi, oriundi e non. Un saluto a Stoccolma e all'eroico lettore (o lettrice) capace di mandar giù il mio bizzarro blog. In Scandinavia qualcuno mi legge (e con assiduità). È il mio piccolo Nobel.
Notte a tutti.

giovedì 27 novembre 2008

Il viaggio

Ho ritrovato un raccontino dei miei. Lo scrissi qualche anno fa, quando facevo il pendolare sulla linea Pescara-Penne. Il viaggio come soave condanna, desiderio; piccola deriva esistenziale. Con o senza metafore.
Buona lettura.


Metafore di un viaggio (un giorno d’inverno)


Quando l’autobus della linea Pescara-Penne, sbuffando e starnutendo, da Remartello all’improvviso svolta per Loreto Aprutino, lascio una vita per prenderne un’altra.
Anche il cellulare inizia a darmi qualche problema; il segnale si fa debole e la segreteria inizia a caricarsi di sms (“Ho chiamato alle…”) che leggerò forse al ritorno, tra dieci ore.
Un insegnante elementare confuso tra altri insegnanti, studenti ed operai, lascia “casina bella” alle sette e un quarto di mattina per farvi ritorno alle sette di sera; riunioni, programmazioni, commissioni, collegi docenti e, talvolta, lezioni in classe coi bambini.
– Buongiorno professo’, freddo stamattina? Che dice, vuole nevica’? –. La funzione fàtica del linguaggio. Nelle parole dell’autista c’è qualcosa di più. È il suo benvenuto, la gioia contenuta e sottile per la conferma di una rassicurante presenza, un altro compagno di viaggio conosciuto e che ti riconosce; l’autista non è più lo “sballottatore” di anime infreddolite ed assonnate. È quello simpatico e disponibile, uno dei pochi a farti scendere tra le fermate “ufficiali” (– … qui non si potrebbe, ma se non ci si viene incontro, eh professo’? –).
L’autobus presto comincia a parlare di melanzane grigliate e mozzarelle “scippate” alle dieci e mezza, di figli e mariti dispersi da tempo, di governi sempre più ladri e di scioperi che pesano più dell’ICI. L’autobus parla strani dialetti che si intrecciano, suoni d’Africa e di Albania richiamati da un cellulare, muezzin digitale e sconsacrato dalla voce metallica e assordante.
Il cinese sta in silenzio. Non potrebbe fare altrimenti. Fa il mercato del giovedì a Loreto e impiega qualche minuto prima di entrare col suo carico di necessario ciarpame a pile e a molla; un borsone di circa quaranta chili che al ritorno ne farà cinquanta. Ma a Loreto vende o compra?
Gli anziani stanno come cariatidi, occupano sempre lo stesso posto, da decenni; dondolando e smadonnando in aramaico aprutino guadagnano l’uscita avviandosi tre fermate prima. Di una vecchietta vedo soltanto la stampella. La scaglia all’interno dell’autobus con la precisione di un cecchino. A fatica, ma con decisione, scala il “massiccio” di ferro. Scenderà quattrocento metri più avanti, dopo aver “rilanciato” la stampella all’esterno.
Il “viaggio” dal sedile all’uscita per alcuni di loro è pieno di insidie, ma l’esperienza non è acqua fresca.
– Giuvino’, purteme la bborsa fin’assotte, pippiacere. La madonna tibbenedice –, e tu l’aiuti. Ho il sospetto però che la vecchina abbia stipulato un patto col demonio in persona: la borsa pesa il doppio di quella del cinese.
– Ddu’ pruvviste pe’ fijeme, fa lu fredde –, si giustifica. Sono venti litri d’olio, venti di vino e non voglio pensare al resto.
Non sono tutti simpatici gli anziani; ma senza di loro l’autobus non sarebbe la stessa cosa. Lo sanno bene gli autisti, impegnati in manovre impossibili sui letali tornanti di Collatuccio.
– Vado a Penne, famme lu bijette giuvino’! –. Sì, loro il biglietto lo fanno sull’autobus, costringendo i malcapitati in prodezze circensi per un resto che attendono fino all’ultimo centesimo. La mano, tesa verso il biglietto, è larga come una vanga e nodosa come un ulivo. Gli spiccioli spesso volano tutt’intorno, come le imprecazioni; incomprensibili ed efficacissime maledizioni che temo più del conguaglio fiscale di febbraio. Le monetine che non finiscono a terra si perdono per sempre tra i solchi e i nodi di quello strano albero antropomorfo.
Ogni anziano di quest’autobus è un albero. Una volta scesi vanno a piantarsi in qualche raro fazzoletto di terra buona, a ricordare i cicli del sole e della luna.
Qualcuno, fortunato, finisce lì la sua corsa.

Studenti disorientati e tatuati, salgono e scendono come vitelli al mattatoio. Qualcuno manda a memoria due formule di fisica, qualcun altro “ripassa” i Metallica con gli auricolari del lettore mp3 siliconati dal gel che cola copioso da capelli acuminati e variopinti.
Un bimbo di diciassette anni riprende il sonno da poco interrotto appoggiando la testa sul petto della fidanzata. Lei dice che non ne può più di lui e di quelli come lui:
– Mi dà il tormento, che palle! Dove sei, cosa fai, con chi stai, mi vuoi bene, ti presento i miei… Io devo ballare, mi devo svagare, devo vedere gente… –, questa in sintesi la traduzione di un pensiero abbastanza contorto, espresso in una misteriosa lingua tonale, farcita a gesti ed attributi maschili citati a ritmo regolare.
Il bimbo di diciassette anni sorride nel sonno; la mamma è dura e severa, ma è sempre la mamma.

Il controllore è buono e cattivo. Quello buono lascia riposare l’operaio sfinito dalla stanchezza del giorno prima. Non gli chiede il biglietto. Lascia riposare anche chi finge il riposo per non pagare la multa. Saluta con un sorriso rassicurante, si appoggia al gabbiotto del conducente e lo distrae fino al capolinea.
Quello cattivo guarda tutti dritto negli occhi. Potrebbe fare le multe già dal predellino. Preferisce studenti e senegalesi.
Un’epica tenzone si trascina da tempo tra lui ed un ventenne di colore. Il controllore, appena salito, ha già pollice, indice e mignolo sul taccuino; il ragazzo, che dal fondo dell’autobus con un balzo ha guadagnato la porta centrale, con l’indice ha già suonato il campanello da un pezzo.
I due si guardano negli occhi come Clint Eastwood e Lee Van Cleef ne “Il buono, il brutto, il cattivo”.
– Dove vai, amico? Documenti e permesso di soggiorno, che mo’ t’aggiusto io! – lo apostrofa il controllore con un ghigno.
– Vieni vieni, ti sto aspettando, non mi muovo da qui –, fa il giovane con malcelato terrore. La multa arriva come una benedizione alla fine di una serie estenuante di: “dai amico, lo faccio adesso”, “stavo scherzando; non si può nemmeno scherzare”, “io non mi faccio prendere in giro da te e da quelli come te”, “il permesso di soggiorno deve essere in originale e non fotocopiato”, “stavolta t’è andata bene, la prossima chiamo la polizia”, eccetera eccetera. Il controllore finisce la sua corsa parlando al conducente di gite a Lourdes e S. Giovanni Rotondo, di straordinari mai pagati, eccetera eccetera.

L’autobus alle sette di sera è vuoto. Montesilvano sa già di Pescara. Molta dell’umanità dell’andata ha viaggiato con me al ritorno. Nuovo proletario senza coscienza di classe riprendo le mie quattro cose prima di scendere.
Il cielo ha la stessa luce di questa mattina.


mercoledì 26 novembre 2008

Tutto intorno è silenzio. Qualcuno, nel frattempo, cresce...





Che strano silenzio. Quasi assordante. Dicembre è arrivato e del calendario regionale invernale neanche l'ombra. Ma che sarà mai un calendario? Visto uno, visti tutti! Vorrà dire che ce ne faremo una ragione.
Qualcuno, nel frattempo, cresce...

martedì 25 novembre 2008

Who loves his job? Who knows his job?

Per acquistare popolarità bisogna essere una mediocrità. (Oscar Wilde)
Niente è più terribile di un’ignoranza attiva. (Goethe)


Post criptico di fine giornata. Dedicato a chi fa casini incommensurabili, portando avanti il suo lavoro da impiegato gogoliano. Immaginatelo però questo impiegato, nel ruolo di medico.
Post sulle pene dello sport e della società. Dedicato anche a chi fa altri casini perché ha un ego smisurato e una missione da compiere. Immaginate pure un allenatore, che dice di essere bravo e si dà molto da fare. Ma in atletica chi rompe (un atleta) non paga e i cocci ( o cacchi) sono di chi ci rimette davvero.
Immaginate i nostri figli nelle mani di questi medici e allenatori.
Notte a tutti.

lunedì 24 novembre 2008

I viaggi ("sportivi") della speranza

Stavolta il post lo dedico a “Sat”, Saturnino Palombo, fermo per un infortunio da sovraccarico funzionale (diciamo così). Procediamo però con ordine. Ieri mattina ero in pineta d’Avalos per una sgambata coi miei ragazzi. Prima di iniziare le “ostilità” incontro un carissimo amico ed ex rivale di mille tenzoni atletiche. Scambio una chiacchiera a volo e il discorso cade sugli acciacchi che lo affliggono. Guai muscolari misteriosissimi e, ahimé, inibenti la pratica dell’attività podistica. Il mio amico sta abbacchiato assai, ma non si rassegna (e fa bene). Mi comunica di aver preso la decisione di risolvere la questione una volta per tutte. Ha saputo da un altro podista (anche lui ex atleta di belle speranze) che c’è un medico-terapista di cui si dice un gran bene... Per farla breve pare abbiano organizzato una spedizione di quattro cinque runners “acciaccati”, solidali e uniti nel comune vincolo della sofferenza di ex-agonisti sfrenati.
Di “pellegrinaggi” del genere, purtroppo, potrei citarne a decine (e mi limito al 2008). Stavo pure pensando di suggerire a qualche tour operator di mia conoscenza un business che, se ben strutturato, potrebbe rivaleggiare con quello dei viaggi per le maratone internazionali.

“Quando si è giovani”, scriveva Pasolini, “si ha tanto tempo dinanzi da buttarne via a palate”. Quanti chilometri ho pestato intorno ai vent’anni; in modo dissennato. Partivo a freddo a 3’40”/km, dal primo metro. Ricordo quella volta che passai dai primi quindici minuti di riscaldamento sull’erba (avevo abbondantemente percorso quattro chilometri) ad un 5000 in 15’10”, saltando dal prato al circuito in sportflex; e poi un altro chilometro intorno ai 3’40” ancora sull’erba – per prendere fiato – e di nuovo un bel 2000 in 5’50” corso meglio del 5000 precedente. Praticamente un folle. E di matti come me, in quegli anni, ce n’erano a mazzi.
L’allenamento è scienza quasi esatta. E certi errori si pagano a caro prezzo. A questo punto dovrei fare una lezioncina sull’importanza del riscaldamento, di come dovrebbe essere eseguito; dovrei dire qualcosa sull’incremento dei carichi di lavoro (volume e intensità), eccetera eccetera. Ma non ne ho voglia (e vi chiedo scusa per questo). Potete però chiedere ai miei ragazzi al Cus. Loro si riscaldano bene e sanno pure perché. A Saturnino, “Sat”, chiedo solo di “ripensare” l’allenamento, ché ha ancora tanti anni da correre. Basta solo che ascolti i consigli di un allenatore-podista che non corre più a 3’00”/km e che sta prendendo in considerazione la possibilità di aggregarsi alla comitiva di pellegrini infortunati, in cerca di un miracolo.

sabato 22 novembre 2008

Nunc scribendum est

Ma chi è l’uomo medio? È colui che ha negato per secoli che la terra girasse, che ha gettato nel rogo le streghe e ha bruciato i pazzi; che ha massacrato Pisacane e gli eroi del Risorgimento. È colui che è destinato a essere smentito dalla storia, dalla vita e dalla scienza, mentre la Società si evolve e si trasforma!…
Vuoi vedere che l’uomo medio sono io? (Marcello Marchesi)

È sabato e voglio divagare (e lasciare lo sport altrove). Oggi si parlerà di imitatio, imitazione, mimesis se volete, e di origini.
L’antropologo francese René Girard pone l’imitazione come istanza fondamentale dell’agire umano. Non occorre addentrarsi in discorsi antropologici e psico-filosofici, o essere insegnanti, per comprendere l’importanza dell’imitazione nei processi di apprendimento. Dal canto mio, in modo maldestramente empirico, posso citare la mia esperienza di scribacchino appassionato, iniziata proprio per imitazione (una strana forma di questa, in verità). Ho imparato a leggere molto presto, prima dei cinque anni. Mio nonno era un lettore infaticabile; mia madre continua a divorare libri. Ma la forza della narrazione entrò prepotentemente nella mia vita ben prima che imparassi i segreti della lettura. Dai discorsi familiari infiniti, che si facevano nei lunghi pomeriggi d’inverno (quelli con poca televisione), appresi che avevo una sorta di missione da compiere; un “vivere per raccontarla”, tanto per citare Gabriel García Márquez. Certo, l’epica familiare dei de Benedictis ha agevolato il compimento di questo mio bizzarro destino. Gli ingredienti c’erano tutti. Intanto un re, Ferdinando I re di Napoli, detto il Ferrante. La rivolta dei baroni ribelli, contro la Corona. I mercenari al soldo della mia famiglia, a Francavilla, messi al servizio del Ferrante stesso. Il soggiorno del re nel palazzo dei miei. Il titolo di barone accordato nel 1457 ad Evangelista de Benedictis e ratificato cinquant’anni dopo. I ventiquattromila ettari del feudo. E poi, tre secoli dopo, il trasferimento della famiglia ad Ortona nel palazzo Vesij Castiglione; le prime cariche pubbliche.
L’Ottocento portò il disappunto familiare per quella cugina che sposò un d'Annunzio (Maria Luisa de Benedictis, la mamma di Gabriele), poco di buono, figlio di giocatori d’azzardo, inaffidabili e rosi dai debiti – a detta dei miei.

Maria Luisa de Benedictis

Pier Saverio de Benedictis, padre del mio bisnonno, era sponsor ufficiale del cenacolo di Michetti, Cascella e d’Annunzio (sempre rimanendo all’epica familiare). In una notte si giocò a carte settemila ettari della sua proprietà. Pier Saverio e la sua relazione “segreta” con una ballerina russa, Romanova il suo cognome; un figlio illegittimo, Bruto, con un cognome “locale”: l’italianizzazione di quello materno: Bruto Romagnoli. Bruto, “nascosto” a Roma; la sua strana infanzia ed adolescenza. La sua laurea in ingegneria e i soggiorni estivi ad Ortona all’ultimo piano di palazzo Vesij Castiglione (una specie di mansarda).
E poi il mio bisnonno, Gaetano, che iniziò a lavorare a quarant’anni; segretario comunale con funzioni di podestà. Un uomo buono e mite. Di lui si ricordano le centinaia di giovanotti riformati per scapolare la guerra; i documenti, preparati a tempo di record, per il sogno dell’Argentina. E tutto senza nulla in cambio (nonno Gaetano aveva un rapporto stranissimo col danaro e con la roba; aveva sempre avuto tutto il “necessario” e i soldi appartenevano ad un sistema economico “moderno” a cui non si era mai adattato).
Note erano le “truffe” dei mezzadri che, in processione il lunedì, gli comunicavano: “Lu baro’ sanne morte trenda pecore. E mo’?”, “Lu grane è poche”, e via dicendo. E lui che piangeva con loro, sempre dopo aver provveduto a “risarcirli”.
Il suo matrimonio con Flavia Cancellieri, nobildonna del Vasto, ricca discendente dei d’Avalos. Si innamorò del mio bisnonno attraverso una foto (ce l’ho ancora!) che lo ritrae baffi all’in su, vestito di bianco, panama incluso e bastone d’”ordinanza”.

La seconda guerra mondiale massacrò il mondo e segnò anche il destino dei de Benedictis.
Lo sfollamento, mio padre bambino trascinato per centinaia di chilometri assieme ai cuginetti.
Il rientro a Ortona, le mani sugli occhi per non vedere i soldati straziati che pendevano dai balconi.
E il socialismo “ufficioso” di mio nonno Mario, allora impiegato del catasto di Pescara; la spilla del partito scagliata con rabbia nel fiume Pescara alla notizia della caduta del fascismo; il suo socialismo “ufficiale” e il sindacalismo feroce dal 1945. La passione, inconciliabile, per d’Annunzio e Pasolini. La sua profonda cultura, come “coltivazione lenta e costante dello spirito”.
D’Annunzio e Pasolini. Il parente e l’amico. Del primo all’inizio ho avuto quasi repulsione. È stato per me quasi una condanna. “Sei il nipote di d’Annunzio, quindi devi scrivere bene”, questo il refrain che ha accompagnato parte della mia infanzia e tutta la mia adolescenza. Tanto da determinare in me una specie di afasia, una impraticabilità della scrittura. A scuola passavo dal nove al quattro, al “non classificato”. Il piacere di scrivere non esisteva più. La narrazione si era interrotta. Oggi torno spesso a d’Annunzio, quello de “L’onda”, di “Meriggio”, in “Alcyone”. Non è stato facile fare pace con lui.
E poi Pasolini. Lo conobbi che avevo dieci anni. Aveva la forma di un libro posato in pila con altri, sul comodino di mio nonno Mario (era “L’odore dell’India”). Pasolini è l’amico timido e misterioso che ritrovai a trent’anni, cagione di un rinnovato entusiasmo intellettuale, ancora oggi compagno delle mie peregrinazioni notturne sui sentieri della poesia, della politica, della linguistica. Anche grazie a lui ho ridefinito il mio rapporto con la cultura. Cultura come impegno sul campo.

La vita può iniziare con una fiaba.



giovedì 20 novembre 2008

I propositi della Nuova Fidal Abruzzo

Credo nei fatti, ma anche nella forza delle parole. Se così non fosse non porterei avanti l'impegno del blog che avete sotto gli occhi. Ma c'è parola e parola. Discorso e discorso. Voglio credere alle parole di Domenico Narcisi, oggi presidente del Comitato Regionale Fidal Abruzzo. Le potete leggere qui di seguito, in basso (basta cliccare sulle foto per ingrandirle). Sono le immagini di un documento consegnato ai rappresentanti delle società abruzzesi, in occasione di un incontro pre-elettorale svoltosi a Pescara il 7 ottobre scorso. "Una nuova proposta per l'atletica abruzzese". Sembra una buona cosa. Mi auguro (tutti ci auguriamo) che ad essa seguano i fatti.



martedì 18 novembre 2008

Tempi duri, son quasi felice

Il 2009 si avvicina, anzi è già qui. E reca con sé nubi scure assai. Qualcuno dirà: a furia di parlare di crisi, recessione, deflazione, eccetera eccetera, eccoci con le saccocce sgonfie; temo però che non si tratti di sfiga. Prevedo tempi duri per il popolo e, venendo al nostro, un ridimensionamento dei sogni di gloria di molte società sportive. Terrorismo psicologico? Paranoia? Non credo. Guardate per esempio ciò che sta succedendo in Val Vibrata (cliccare qui) e in Val di Sangro (cliccare qui), giusto per citare qualche numero.
Dal canto mio son quasi felice (ovviamente non per i licenziati e le loro famiglie; parlo dello sport). Sadomasochismo? Macché. È in tempi come questi che si fa piazza pulita del superfluo, dei giochi di facciata, delle chiacchiere senza costrutto. Chi si è sempre impegnato nello sport, con passione, studiando a casa e sul campo, cercando ricchezze meno effimere di un po' di potere e qualche spicciolo, con tutta probabilità continuerà a divertirsi.
La serie A, come il paradiso, è una condizione dello spirito.

domenica 16 novembre 2008

Assemblea Regionale Fidal Abruzzo: lost in translation




Oggi non ci ho capito nulla. Lost in translation, mi son perso nella traduzione, probabilmente per una questione di codice linguistico, diciamo così. Pensavo di trovare parole nuove, concrete, quel ripartire dal “fare”, tornando a “sporcarci” le mani sul campo. L’elezione di Domenico Narcisi, nuovo presidente della Fidal Abruzzo, nasce invece sotto il segno della trita questione delle “poltrone” per il consiglio nazionale federale. La querelle Balsorio vs D’Agostino ha monopolizzato buona parte degli interventi in assemblea. Ho apprezzato le parole schiette di Gianni Lolli che ci invitava a riprendere la via dell’impegno appassionato ché i soldi sono davvero finiti, e continuare a menarla coi valzer politici di un’atletica sempre più distante dalla realtà è puro masochismo. Mentre il Titanic affonda, c’è chi danza, chi brinda e pure qualcuno che si incazza.
Spero si torni a parlare presto di progetti, programmi, per chi l’atletica la fa sul serio. A proposito, stamane a Volpiano, nel Cross della Volpe valido come seconda prova di selezione per i prossimi Campionati Europei di Cross, Martina Petrini, U.S. Aterno Pescara, è arrivata terza tra le juniores. La giovane atleta pescarese, allenata da Luciano Carchesio, è virtualmente in maglia azzurra. Meritiamo tutto questo?

sabato 15 novembre 2008

La pioggia e il mare

Quando corro è il mondo che si muove, che mi scivola di fianco mentre io, io sono fermo. Finalmente fermo dopo una delle troppe giornate sciupate a volare da un punto all'altro del mio nulla scolastico, a cercare di mettere insieme non so bene cosa.
E mi passano accanto casotti sbilenchi sporchi di sabbia umida e verde di alghe marce, che sanno di mare e di pioggia. Perchè piove. Piove qui, sulla riviera nord (le tamerici non esistono), tra Montesilvano e Pescara, alle due del pomeriggio. Un semirettilineo di otto nove chilometri a betonelle di centrodestra o centrosinistra e asfalto rattoppato; l’eterno iperattivismo politico.
Qualcuno potrebbe inciampare sui troppi denti delle betonelle sistemate alla meno peggio sul marciapiede montesilvanese. Qualcuno, meglio se un vecchietto della previdenza sociale, con cagnolino sfigato al guinzaglio che fa tanto Umberto D. Il marciapiede sbeccato corre per quattro chilometri, tra inutili fioriere di cemento e il mare che, muggendo, reclama la sua quota di spiaggia e, perchè no, di asfalto stradale quando gli va. Corre il marciapiede, come un tapis roulant che non fa rumore ma che oggi mi infradicia le scarpe di pioggia e di mare. Mai stato così bagnato, il mare. A guardar bene corre pure lui e fa per me uno cosa speciale. Si avvicina e si ritrae scivolandomi di fianco; non come i casotti però; non come gli stabilimenti coi loro muretti bassi o le povere barchette spiaggiate come delfini col nylon nella strozza. Il mare è lì a farmi compagnia, finalmente loquace dopo la caciara estiva che ogni anno lo riduce a sfondo, balocco per tiratardi d’ogni età e censo. Immenso e cupo, torna in autunno a riprendersi ciò che gli appartiene e a battere il ritmo della mia corsa col suo respiro regolare.

"Luca è gay" recita, teneramente reazionaria, una scritta nera sul muro di "Bagni non so cosa". Ma come sempre accade il nero chiama il rosso, che stavolta ha la forma di una replica simpatica e libertaria: sotto lo scuro sfottò ridacchia un "Pure io", color sangue. "Cazzi vostri" penso e scrivo idealmente, da terzo incomodo e mi scopro più a destra di Teodoro Buontempo. Schizofrenia della fatica: penso quello che non sono e sono quello che non vorrei immaginare (stanco, fradicio e confuso).

Casa si avvicina, cerco di sveltire il passo e mi faccio due volte violenza. Vorrei vagabondare ancora per un po’. Ma la mano è già sullo stop del cronometro. Game over. Il mondo si ferma di nuovo.

giovedì 13 novembre 2008

Rispettare le regole disonestamente

Il recente commento di Marco Z. al post precedente, sul rapporto Coni-Censis, genera queste mie "opinioni anaerobiche" (anaerobiche perché quel documento, in alcuni passaggi, mi ha lasciato letteralmente senza fiato). Marco scrive: "... a pag. 33 nella tabella dei valori espressi dallo sport c'è la separazione tra "rispetto delle regole" e "onestà" con percetuali di 'espressività' che trovo per lo meno bizzarre. Mi sono perso qualcosa? ". No Marco, non ti sei perso nulla. Quello che hai letto rappresenta perfettamente lo stato in cui versa lo sport nell'"opulenta" società occidentale. Cito dal rapporto Coni-Censis:
4. Il vissuto dello sport nell'opinione degli italiani e del mondo sportivo
L’immagine dello sport è decisamente positiva; alla parola sport vengono associati, nella stragrande maggioranza dei casi, concetti positivi come il benessere fisico e il divertimento, mentre i disvalori, ancorché presenti e rilanciati spesso dai media, come il doping e i troppo facili guadagni dei professionisti, vengono associati solo secondariamente al concetto di sport. Per quanto riguarda la capacità pedagogica, sembra che il mondo dello sport in buona parte riesca ancora a trasmettere i suoi valori tradizionali. Non solo, dal questionario (1) emerge una forza aspirazionale ed emozionale, che permette, o meglio, potrebbe permettere allo sport di essere un traino di sviluppo civile.
4.1 I valori
Molti oggi si pongono la domanda: lo sport può essere considerato lo specchio della società italiana? È una domanda suggestiva e può aiutare nella riflessione. Dalla ricerca emerge che in parte è così, nel bene e nel male le dinamiche che girano attorno allo sport possono rappresentare il Paese: la forza delle identità locali, alcuni eccessi di protagonismo, ma anche una società che ha voglia di guardare oltre, di trovare ed affrontare nuove sfide, di darsi regole più stringenti, ma anche più chiare. Potremmo dire che è lo sport in quanto tale a trasmettere valori quali lo spirito di squadra, il rispetto, indipendentemente da personalismi e mitizzazione di atleti. (tab. 7, cliccarci su per ingrandirla)

Nella sopra citata tabella il campione Censis di mille italiani (1000) ci dà valori diversi riguardo al "rispetto delle regole" (il valore è più alto) e all'"onestà" (valore più basso !!??). Ma cos'è l'onestà allora? La cosa mi fa pensare ad un marciatore che rispetta la regola del bloccaggio, non va in sospensione, però si dopa. Il rispetto delle regole inteso come atto "tecnico", avulso dal discorso morale? Bene, allora siamo a cavallo. Allora mi tornano pure altri "conti", come quello dei finanziamenti allo sport erogati in base alle medaglie olimpiche ottenute.


Marco Z. apre così il suo commento: "una letta veloce sono riuscito a darla: ho letto cose che mi lasciano un po' perplesso, altre di cui non capisco il senso e altre che mi regalano una risata". A me, sinceramente, viene da piangere.

martedì 11 novembre 2008

L'Assemblea Regionale Fidal e gli spettri del rapporto Coni-Censis



Domenica prossima la Fidal Abruzzo dovrebbe voltare pagina. Si va al rinnovo del consiglio regionale Fidal, per un nuovo presidente, Domenico Narcisi, e una squadra (il sostantivo parrebbe quello giusto) di consiglieri realmente operativi. Vedremo se prevarrà ancora la "logica" dei triti giochetti di potere oppure si seguirà la via del progetto finalizzato alla rinascita del nostro movimento atletico. Vedremo. L'unica certezza è nella necessità di un ritorno al lavoro intelligente e continuo che, a mio avviso, deve precedere qualsiasi operazione di marketing. Bisogna promuovere solo ciò che può essere verificato, validato, sul piano innanzi tutto etico. Un buon progetto scolastico oggi vale più di mille uomini immagine (che magari potrebbero pure imbrogliarci col doping). Facciamo correre, saltare e lanciare, parliamo pure di agonismo, ma sempre dopo aver educato alla salute.
Bisogna quindi mettersi subito al lavoro ché i problemi da affrontare sono tanti. Avete provato a dare un'occhiata al 1° rapporto Coni-Censis su "Sport & Società"? Chi non ne sapesse nulla può cliccare qui e scaricarne un'interessante sintesi in formato pdf. Buona lettura.

lunedì 10 novembre 2008

Il vero successo

La vittoria è grande, ma ancora di più lo è l'amicizia. (Emil Zatopek)


Giornata intensa quella che si sta chiudendo. Sto per andare a nanna e non voglio sentir parlare di cronometri, risultati, tabelle d'allenamento & affini. Volevo scrivere qualcosa sull'essenza della pratica del running. Qualcosa di pedagogico, di morale, di. . . Poi ho trovato delle foto (in basso). Hanno il dono dell'"eloquenza sintetica". Chi vuol intendere, intenda ciò che vuole.
Notte a tutti.




domenica 9 novembre 2008

Un mondo senza meraviglie

"A questo punto la povera Alice ricominciò a piangere, perché si sentiva sola e sconsolata. Dopo un po' udì di nuovo un rumore di passi lontani e alzò gli occhi ansiosi perché sperava che il Topo avesse cambiato idea e tornasse per finire il suo racconto". (Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie)


Il post di Carla, alias "Sognatrice", nei commenti a "Il doping e i cattivi maestri", mi ha molto colpito. Muove da una citazione da Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. Tengo tanto a quel libro in modo quasi feticistico (ne conservo come una reliquia un'edizione della BUR di vent'anni fa, con testo inglese a fronte). Alice è un gioco matematico-letterario di rara bellezza, da leggere in lingua originale (come ogni opera letteraria dovrebbe essere letta), difficilissimo da tradurre in italiano (ottime le traduzioni di Tommaso Giglio e di Aldo Busi).
Carla ci propone un estratto dal III capitolo: LA CORSA CONFUSA E UN RACCONTO CON LA CODA. Bellissimo. E decisamente calzante. ("ma chi ha vinto?", "tutti hanno vinto, e tutti meritano un premio"; stupendo!). Io invece apro questo post con la chiusura di quel capitolo. È l'immagine sconsolata di una bimba che attende la fine di un racconto. Il narratore è andato via lasciando aperta una terribile sospensione. Un mondo senza meraviglie.

domenica 2 novembre 2008

Campioni mancati

“E poi vanno tutti così forte. Io ne conosco uno, un ‘cicloamatore’, diciamo così, che fa i trenta orari in salita, gareggia surclassando ex dilettanti; un mostro”.
Il tipo che ho di fronte è il terzo della giornata. Appartiene alla specie dei ‘pretori da bar’, quelli con loquacità sportivo-repressiva in funzione antidoping.
È un tranquillo pensionato. La sua vita è scandita dai ritmi istituzionali e fatali del casa-poste-pensione-nipoti-a-scuola. Vive per l’incontro della giornata, quello che gli riempie una buona mezzoretta al dopolavoro ferroviario. Quello che mi fa sospirare il pagamento di una odiosissima bolletta condominiale, immobile e in processione all’ufficio postale.
“Le bombe, si fanno le bombe. Eh Debbenedì?” mi fa il tipo, ammiccando un poco. Si rivolge ovviamente all’esperto, l’uomo di sport che ne ha viste di cotte e di crude. Mi provoca. Vuole sapere le confidenze che mi faceva Pantani al Giro d’Italia, dei cicli di ‘cure’ anabolizzanti di Ben Johnson, dei testicoli delle nuotatrici cinesi.
Naturalmente non ho avuto mai il piacere di conoscere di persona Pantani. Né faccio parte della commissione antidoping del CIO. D'accordo, ho fatto qualche olimpiade, da allenatore. Una collaborazione di circa sedici anni con la nazionale italiana di atletica leggera, nei settori mezzofondo e marcia. Sempre fuori da ogni circuito di potere. Sempre.
Ma il passato rimane. E il pensionato pure.
La fila scorre, la cassa non è più un miraggio e le sue domande si fanno sempre più incalzanti. Delineano un obiettivo preciso: convincermi di essere stato vittima di un’ingiustizia cosmica. Il pensionato, in gioventù quarto classificato nella corsa campestre alla selezione scolastica del noto istituto tecnico eccetera eccetera, a quei tempi non poteva allenarsi perché c’era la fame, perché papà non voleva, eccetera eccetera.
“Con la bomba giusta a quest’ora avevo un paio di medaglie olimpiche anch’io, cosa crede?” si sfoga, vuotando finalmente il sacco. E mi lascia con la bolletta in mano, davanti al cassiere che mi chiama con sguardo feroce, spazientito per il mio titubare. Pagata la mia bolletta esco dalle poste senza voltarmi.
Un mondo di campioni mancati, da qualche parte, mi aspetta.

venerdì 31 ottobre 2008

Atleti con la valigia

Quali sono le ragioni che portano un atleta a cambiar casacca? Questo è il tema del post odierno. Ottobre is over. È tempo di consuntivi atletici e di riflessioni su eventuali "travasi" di atleti da una società ad un'altra. Cercherò dunque di offrire alcune mie opinioni a riguardo.
Provo a commentare qualche situazione ricorrente (l'ultima un po' meno, in verità): a) l'atleta è un giovane top level (junior da 900 e passa punti in tabella finlandese) e cerca il "posto sicuro"; b) l'atleta è di buon livello interregionale/regionale e cerca soddisfazioni economiche e tecniche che la propria società non può garantirgli (premi, rimborsi spese per gare fuori regione, partecipazione a campionati nazionali di società, meetings, eccetera); c) l'atleta ha trovato una guida tecnica più valida.
In a) la scelta è quasi obbligata per chi fa atletica da "professionista" (le virgolette potrebbero pure mancare). Quando non si è né un Bolt, né un Gebre, è difficile trovare mecenati che possano aiutarti. In questo caso il gruppo sportivo militare è la manna che scende dal cielo. Spesso però, messi i "gradi", la maggior parte degli atleti si assesta su livelli prestativi discreti, ma nulla di più. Subentra quasi un appagamento che "silenzia" irrimediabilmente la verve degli inizi. Ricordo che gli olimpionici Mennea, Simeoni, Dorio, Damilano, Bordin, e Baldini stesso, hanno ottenuto i loro successi vestendo i colori di società civili.
Il punto b) è il punctum dolens, almeno per come la vedo io. Qui da noi, in Abruzzo, spesso si cambia canottiera perché tale società non dà i rimborsi, tal altra non fa attività di livello nazionale, e via discorrendo. Insomma, il salto di qualità dovrebbe essere qualche spicciolo in più e la vetrina di una kermesse nazionale o interregionale. La locale società di serie A (e per A intendo anche A1, A2, eccetera) può garantire tutto questo. Purtroppo quando la società sportiva in questione cresce ulteriormente in qualità, lo spazio per l'attività di "vetrina" dei "middle level" (750-800 punti in tabella finlandese) si riduce assai. Aumenta invece la tensione verso il miglior risultato possibile che, se non ben ponderata, può condurre all'infortunio e, se questo è reiterato, anche all'abbandono. I rimborsi, spesso, servono per "bendaggi e cerotti" (leggasi spese sanitarie per terapie "varie").
Il punto c) è spinoso assai. Chi cambia casacca spesso si tira dietro pure il tecnico. Molto di rado, almeno nel mezzofondo, mi è capitato di vedere atleti cambiare squadra per motivi squisitamente tecnici. Ritengo essere questa una carenza culturale forte. Sempre più di frequente accade che atleti molto giovani passino ad altra società per un completino griffato, una tuta in linea col completino, qualche paio di scarpette all'anno e via dicendo. Quando un atleta, (e/o i suoi genitori) baratta la propria crescita atletica, ma anche psicologica, morale, eccetera eccetera, per "questioni d'immagine" o improbabili sogni di gloria, allora...
Mi fermo qua. Qualcuno vuol aggiungere qualcosa?

Halloween? No grazie

Insegno inglese nella "mia" classe, una seconda elementare (quanto mi piace l'antica dizione!). Quest'anno ho voluto glissare su Halloween & affini. Di incubi e mostriciattoli la Scuola ne ha a iosa ed io non ne posso più. Ridatemi la Fata Turchina.

giovedì 30 ottobre 2008

No counter no tooth

Ci mancava pure il black out del counter statistico. Histats.com è al buio da ieri. Non so chi entra e chi esce, non so quanti siamo, quante pagine lette, eccetera eccetera. Insomma non vedo le facce. In compenso la mia (faccia) sta uno schifo. Ieri ho tolto il penultimo dente del giudizio rimasto. Ho una smorfia che è la caricatura di Totò. Una guancia che è una zampogna, e Natale è lontano. Sono praticamente ridotto come il criceto nella foto. Solo che lui non ha 38° C di febbre e non sta sotto antibiotici. Peccato. Oggi che volevo scrivere qualche altro rigo sul mezzofondo giovanile. Per ora vi basti il post precedente. Chiedo scusa.

martedì 28 ottobre 2008

Back on the road

Pure stavolta per partire uso un anglismo. Back on the road può voler dire rimettersi in gioco; ricominciare dal campo (inteso come pratica concreta della propria attività). Può anche significare, per chi come me si occupa di endurance nell’Atletica Leggera, un letterale tornare alla strada.
Il 16 novembre prossimo l’Atletica abruzzese dovrebbe voltar pagina. La Fidal d’Abruzzo avrà un nuovo presidente, così come un rinnovato consiglio regionale. Spero, dal canto mio, che si torni a “fare”, sempre su base progettuale, piuttosto che promettere o pascersi nel mito, oggi abbastanza sbiadito in verità, dell’Atletica Leggera regina di ogni sport.

Da qualche tempo sto lavorando ad un’ipotesi di progetto per il mezzofondo (ma anche per la marcia) giovanile in Abruzzo. Premetto che non è mia intenzione muovere nessuna reprimenda a chi fino ad oggi si è occupato di coordinare l’attività tecnica come responsabile di questo settore, nella Fidal abruzzese. Qualche considerazione va però fatta. Quest’anno ho vissuto direttamente (come tecnico intendo) alcune vicende spiacevoli occorse ai miei atleti del Cus Atletica Chieti; queste, unitamente ad altri episodi similari, mi hanno fatto riflettere.
I risultati positivi del nostro mezzofondo giovanile (il 4° posto agli Italiani Cadetti di Loris Di Marcantonio sui 1000m e il 9° sui 2000m di Daniele D’Onofrio in primis) sono il risultato del lavoro appassionato, continuo e intelligente di pochi tecnici, misconosciuti dalla federazione, supportati non senza fatica dalle loro società sportive. L’impressione che ho avuto, lavorando quotidianamente coi miei ragazzi, e dialogando con altri atleti e tecnici, è che sia stato fatto poco o nulla di concreto per motivarli (sia i ragazzi che i loro allenatori). Cercare come disperati estenuanti rincorse al minimo (fascia A, B, eccetera), gareggiando sovente fuori regione (ah, Marche benedette!), così come essere convocati come titolari per una rappresentativa interregionale, e poi “sconvocati” e sostituiti a tre giorni dall’evento, sono episodi che farebbero mollare tutto pure a Giobbe con la sua biblica pazienza.
Abbiamo energie nuove nel mezzofondo: una bella nidiata di Cadetti, diversi Ragazzi (e Ragazze), ed Esordienti, maschietti e femminucce. Un movimento numericamente significativo per qualità. Conoscerli è facile, basta affacciarsi periodicamente nelle varie “stradali” domenicali, oppure in quelle rare kermesse a loro dedicate, in pista. Eppure sbagliamo nelle convocazioni, segno che non conosciamo gli atleti che abbiamo, le loro prestazioni, non dico la loro condizione attuale.

La ricetta per uscire dal fosso potrebbe essere più semplice di quanto si pensi. Essa poggia su due concetti: motivazione e dialogo.
Motivazione vuol dire più opportunità in regione per fare attività: più manifestazioni su pista, adeguatamente organizzate (con premi sotto forma di materiale tecnico, ad esempio) e strutturazione di un circuito parallelo (da calendarizzare) di gare su strada. Non dimentichiamoci che i nostri migliori Esordienti (ma anche gli attuali Cadetti) vengono da lì (ecco che torna il back on the road). Coinvolgere le scuole in un rapporto meno “cervellotico-progettuale”, attraverso “tornei” d’istituto di una sola giornata (basterebbe una corsa campestre) e legando tali manifestazioni alle altre, federali, poste in calendario. Motivazione sta anche nella possibilità di incontrare i ragazzi e farli incontrare periodicamente (mini raduni, forse è una locuzione eccessiva?). E qui si arriva al secondo concetto, quello del dialogo, legato a tripla mandata col primo. Non può esserci motivazione se non c’è dialogo. Bisogna che la nuova Fidal Abruzzo, nella persona di un suo responsabile tecnico, incontri, con continuità, allenatori e atleti, favorendo la comunicazione fra loro e rinnovando, con il supporto delle proprie competenze, la motivazione a crescere e fare meglio. Dico una bestemmia se, in alcune circostanze, sarebbe bastata una telefonata, tempestiva, per evitare l’abbandono precoce di un giovane atleta? Dialogo con atleti, tecnici, ma anche con le famiglie, senza le quali è impossibile realizzare alcun progetto.

Oddio, mi accorgo di essermi allargato un tantino, e di non aver citato la parola magica “risorse” (finanziarie) senza le quali non si canta la messa. Eppure sono convinto che se si ripartirà con uno sguardo nuovo e veramente appassionato, con un progetto semplice ed efficace, dove chiari dovranno essere gli obiettivi e rigorose le verifiche in itinere, anche i soldi arriveranno. Per (ri)partire basta davvero poco.

sabato 25 ottobre 2008

La pizza che non mangiammo

"Sat", Saturnino Palombo, domani parte per Pavia. Starà fuori circa sei mesi, per lavoro. Ci mancherà un botto e per questo evito di proposito di dilungarmi in uno struggente remembering (sto invecchiando male, non scherzo, e sono facile alla commozione).
Dunque Sat il barbaro sfiderà di nuovo le brume del pavese, a torso nudo e con -6° C, come ci ha abituati da queste parti. Sat, il russo, capace di narrare per ore dopo l'allenamento, petto sudato al vento, quale novello Rino Tommasi prestato all'Atletica, le gesta di tutti i migliori mezzofondisti, italiani e stranieri, degli ultimi trent'anni.
Sat, ci saremmo dovuti massacrare in pizzeria, per un saluto goliardico dei nostri. Non è stato possibile e allora la pizza te la spedisco in forma digitale; ha il pregio di avere zero calorie. Anche i programmi di allenamento avranno la stessa forma, ma almeno a quelli sei abituato.
Un salutone e, mi raccomando, non farti attendere. Questo blog aspetta a te.

venerdì 24 ottobre 2008

Un'idea (semplice) per il mezzofondo (giovanile e non)


Giornata troppo lunga. Un ultimo post prima di andare a nanna. Una sorta di anticipo di un'idea che presenterò a giorni. Un pensare attorno al movimento giovanile del nostro mezzofondo e, perché no, anche della marcia. La possibilità di "vivacizzare" l'ambiente con un progetto semplice che tenga insieme giovanissimi, giovani e masters. Niente di trascendentale, ma sicuramente qualcosa di pianificato e soggetto a verifica. La passione la do per scontata...
A presto.


mercoledì 22 ottobre 2008

Antidoping a tempo determinato

Il presidente dell'UCI (Unione Ciclistica Internazionale) Pat McQuaid si è detto contrario ai nuovi test retroattivi sul C.e.r.a (EPO di terza generazione). "Preferiamo guardare avanti, non indietro" ha dichiarato in un'intervista all'Associated Press. E dire che il laboratorio francese di Chatenay-Malabry, in una "ricognizione" su alcuni dei campioni relativi all'ultimo Tour de France, pare abbia riscontrato nuove positività proprio al C.e.r.a. Guarda un po' tu!
Sembra sia proprio una lotta impari. Dal canto mio stasera posso reagire solo con una mia favola metropolitana, cavata fuori da una raccolta di circa settanta altre amenità del genere, che prima o poi deciderò di pubblicare. Buona lettura.

Il manzo ipertrofico


Stavo bene/per voler star meglio/sono qui
Epitaffio su una tomba

Un simpatico bovino di Giulianova, assiduo frequentatore della palestra “Il pettorale striato” di Tortoreto Lido, giocava a far guizzare i suoi bicipiti davanti alla vetrina di una macelleria.
– Chissà se sono cresciuto – si chiedeva con apprensione il giovane manzo.
– Mi sembra di avere gli addominali un po’ appannati – rifletteva ad alta voce, con preoccupazione.
Il destino di un manzo così bello finì dritto dritto sulla tavola di un giovane muratore di Notaresco.
Sul suo piatto come secondo, ciò che restava, in forma di scamone, dell’ipermuscolato bovino.
– Ma guarda ‘sta carne, dopo la cottura è diventata la metà – diceva sorridendo tra sé e sé il giovane.
– Mi sa che per mantenere ‘sto fisico prima di andare in palestra passo da Gino il farmacista –.
Uscendo di casa diede un’occhiata allo specchio dell’ingresso: – Chissà se sono cresciuto – si chiedeva con apprensione il giovane…

Morte apparente?

Forse ci ha lasciati, prematuramente. Il sito Fidalabruzzo.it non risponde più ai click del mouse dei suoi rassegnati lettori (provare per credere cliccando qui). Effetto apotropaico delle maledizioni di incazzatissimi utenti? Blackout tecnico per un (auspicato) rinnovamento (non solo di "belletto")? Chissà. Forse avrà avuto una crisi cardiaca. L'ipocinesi, anche per un sito, può essere letale.

martedì 21 ottobre 2008

La pacchia è finita

La crisi finanziaria che sta investendo i mercati di tutto il pianeta avrà certamente delle ripercussioni sull'economia reale delle famiglie italiane. Lascio agli economisti d'ogni scuola e nazione le valutazioni su portata e durata di questi presunti effetti. In verità credo che la "pacchia" sia finita e che ci toccherà fare i conti con la realtà (o parti di essa), precipitando da quel mondo di apparenze che molti di noi hanno accettato come vero e irrinunciabile e che potrebbe venirci sfilato, senza preavviso, da sotto il sedere, come in uno scherzo da caserma.
Penso a molti bambini che conosco, a scuola, senza più tonnellate di gormiti (orribili pupazzetti senza senso), acquistati senza freno dai loro genitori come micidiale sedativo buono solo per coprire un po' certi sensi di colpa. Penso all'alcol e agli stupefacenti tra i giovanissimi (clicca qui) e ad una battuta di mio cognato: "Ora bisognerà che si corcino le maniche 'sti giovani per farsi di cocaina".
Penso pure alla possibilità di tornare ad impegnarsi per le cose essenziali. Anche lo sport potrebbe essere "riletto" in chiave diversa. Più a misura d'uomo. Ma questa è un'altra storia e siccome avverto crescere in me una certa deriva demagogica, mi stoppo qui e vi chiedo scusa.
Vi lascio con l'immagine di uno smile, tranquillizzando però i miei fans del club dei depressi: lo smile non sta sorridendo; ha una paresi facciale.

domenica 19 ottobre 2008

Chi lascia la via vecchia per la nuova...

Tempo di riflessioni. Di consuntivi e decisioni da prendere. Di passione che vacilla un po' sotto il peso di un domani quanto mai incerto. Certe volte vien voglia di tirare i remi in barca. E forse non sarebbe un male. Respirare un po', interrompere un impegno prima che pieghi verso la sorda agonia della routine o le claustrofobiche pareti di un cul de sac; oppure continuare a mantenere la rotta, incatenati al timone delle proprie convinzioni.
Post criptico quello di stasera. Post per pochi intimi o neanche per quelli. Due righe per me. Punto.

venerdì 17 ottobre 2008

Scuola al trancio

Il blog è a marca podistica, è vero, ma io sono un insegnante e vi confesso che sto un tantino preoccupato. Forse dovrei salvare il posto (ho un contratto a tempo indeterminato dal ’99), ma non ne sono così sicuro. Gaber diceva che il ministero della pubblica istruzione per numero di dipendenti non è secondo neanche all’esercito statunitense. E aveva ragione. Ma qui si taglia e basta, senza nessun valido criterio pedagogico. Solo crude ragioni di cassa.
La ministra Gelmini dice che si stanno diffondendo notizie false e tendenziose, che i tagli saranno “dolci”, che il tempo pieno non verrà toccato... Io però sono abituato a credere nella verità dei numeri. Giudicate voi leggendo la tabella qui in basso (sono i tagli alla scuola pubblica in milioni di euro).



giovedì 16 ottobre 2008

No money, no action

Action sta per “atto”. Come diceva mia nonna, senza soldi non si canta la messa. Né si può portare avanti alcun programma sportivo serio, aggiungo io. Il volontariato non si fa più neanche in parrocchia ed ogni iniziativa (progetti culturali, sportivi, ecc.), appassionata e illuminata che sia, se non ha “benzina” per “viaggiare”, prima o poi muore. Non so se, come si sente dire da più parti, anche il capitalismo sta mostrando la corda e la bufera finanziaria di questi giorni è l’inizio di una crisi dal respiro ben più ampio e devastante. Non so. È certo che gli sponsor si fanno sempre più distanti, soprattutto da quegli ambienti dove sopravvivono idee esangui, stantie. Ho toccato con mano una realtà che dovrebbe far riflettere: ci sono aziende disposte ad investire del danaro sul mio lavoro, sul mio modo di leggere lo sport. Aziende disposte a sostenere il progetto di un singolo (cifre “umane”, per carità), lasciando fuori “nomi” pesanti (istituzioni, società sportive d’annata, eccetera). Per quanto questo possa farmi gongolare, nutrendo il mio stupido narcisismo, ritengo non sia affatto un dato positivo. Forse è un segno dei tempi. Chi ha amministrato lo sport (dovrei scrivere sport con la maiuscola?) fino ad oggi, ha seguito la logica e il metodo del Potere politico (leggasi partitico) di questa nostra soave Repubblica. In alcuni casi, a livello nazionale e internazionale, potere politico e sportivo coincidevano (coincidono?) fatalmente. Occorre ripensare l’Atletica Leggera (e non solo quella) alla luce di scenari economici e sociali profondamente cambiati, ché il barile ha mostrato il suo fondo da un pezzo.

Il 16 novembre si andrà all’Assemblea Regionale FIDAL. Teramo e la sua provincia, nella persona di Domenico Narcisi (candidato alla presidenza regionale FIDAL), si fanno portatrici di idee belle e concrete. Voglio crederci. Io sto con Domenico Narcisi.

martedì 14 ottobre 2008

Il mio blog

Di tanto in tanto occorre che faccia una precisazione a proposito di blog; del mio blog. Innanzi tutto dico subito cosa non è. Non è un sito dove trovare risultati o classifiche aggiornati all’ultim’ora; neanche alla penultima. Non escludo che possa capitare (e di fatto ogni tanto accade). Se mi va. Non è un sito dove faccio divulgazione scientifica. Potrà capitare, perché no. Se mi va. Questo blog è una sorta di Speaker’s Corner dal taglio aerobico-podistico. Perché dai 10 km/h in su (e a piedi) si riflette meglio, incontrando pure qualcuno, di tanto in tanto.

domenica 12 ottobre 2008

Chiara Centofanti: un disco per l'estate (del movimento atletico abruzzese)

Chiara Centofanti, Falco Azzurro Carichieti, è la nuova Campionessa italiana Cadette 2008 nel lancio del disco. Una discobola, quindi, nel mio blog e non per caso. Questo post è un umile e doveroso omaggio all'abnegazione intelligente e morale di una ragazza di quindici anni che, in barba all'indifferenza e all'ignoranza di molti "appassionati dello sport", meriterebbe qualcosa di più di queste poche e scomposte righe. Scrivo di Chiara e della sua recente impresa (è di oggi, all'Olimpico di Roma, intono alle 10.30) per due motivi: uno di ordine affettivo, legato ad antichi ricordi personali, e un altro più concreto, riguardante i tempi del locale sito ufficiale Fidal per la comunicazione dei risultati agonistici (questa però è una provocazione; di Chiara domani leggeremo il dovuto anche su Fidalabruzzo.it). Vengo a chiarire quindi solo il primo motivo, non voglio tener nessuno sulle spine. Potrà sembrare strano, ma maratoneti, marciatori e lanciatori sono più vicini di quanto si possa pensare. È una questione che posso spiegare attraverso il ricordo di alcuni miei raduni nazionali con marciatori e mezzofondisti. La location era il centro federale di Schio. Le affinità tra gli atleti delle summenzionate discipline erano nella tranquilla (leggasi senza clamori), appassionata e costante dedizione alla pratica del proprio allenamento. Un'assonanza spirituale che ci teneva uniti, nel dialogo, ironico e non, anche fuori dal campo, una volta a cena o nell'immancabile passeggiata serale, prima di andare a nanna.

Un grazie e un ad maiora a Chiara, ai suoi simpatici e attenti genitori, al suo mentore Prof. Bruno Olmi, così come alla Falco Azzurro Carichieti.

venerdì 10 ottobre 2008

Il bambino con le orecchie a sventola

Lo sapevo. Apri la porta a certi ricordi – non c’è rimozione che tenga, altroché – e giù, riparte la memoria a ripescare volti, situazioni, storie… Forse, un giorno, di questo intricatissimo archivio farò un saggio. Forse. O forse no. Certo è che di materiale ce n’è a iosa; “roba” per riflettere, per sorridere o ridere addirittura di gusto e schegge di vita sportiva da far impallidire anche il più navigato centralinista di “Telefono Azzurro”. Storie vere, sicuramente, di cui sono stato diretto testimone o protagonista. Storie di quasi trent'anni fa. Di quando il doping riguardava “gli altri”, “i marziani”; quelli d’oltre cortina. Di quando il sorso di tè dalla borraccia scatenava la maliziosa fantasia di intraprendenti genitori-allenatori. Piccole storie di provincia, frammenti di profondissima umanità di cui ho grande nostalgia. Lascio andare quindi la penna, per un “flusso di coscienza” dai colori dell’infanzia e della primissima adolescenza; fiume di emozioni fortissime, dolci e terribili; intrise d’una grave levità.

Non andava neanche a spinte, poverino. Ma si impegnava un mondo. Correva l’anno 1979 e con esso tutto il gruppo di giovanissimi mezzofondisti dello Stadio Adriatico. Tra questi c’era pure lui: il bambino con le orecchie a sventola. Seguito come un’ombra dal padre (che non ho mai capito quale mestiere facesse; il pomeriggio seguiva il figlio tra allenamenti e pettegolezzi post-training, la mattina incontrava gli amici al bar per parlare di gare e… allenamenti!) non riusciva mai a classificarsi nei primi dieci, neanche quando si era in otto (molte volte sbagliava strada).
Le battute al suo indirizzo, scontate come il rincaro della benzina, erano tutte di tipo “aerodinamico”.
– Le orecchie ti fanno da paravento! Ti devi operare – lo apostrofavamo con solerte cattiveria, almeno tre volte al giorno.
Ma lui non faceva una piega o almeno così credevamo. Lui era un “puro”. “Catechizzato” dal padre, era certo dello stato – ormai cronico – di tossicodipendenza in cui versavano tutti quelli che puntualmente lo precedevano nelle non competitive rionali. Praticamente quasi tutti i partecipanti. Giovanni, mio fratello, talento precocissimo, era il suo bersaglio preferito.
– Si fa la droga. Il padre ogni giorno gli dà un chilo di pappa reale. Secondo me muore – era il suo refrain. E qualcuno gli credeva pure.
Andava profetizzando strane metamorfosi che volevano Giovanni stecchito dopo l’ennesima brillante competizione, con le zampette all’insù, mutato definitivamente – come nel film “The Fly” di Cronenberg – in un’ape gigantesca.
Una volta mi vide masticare una tavoletta di destrosio (comunissimo glucosio). Mi chiese cosa fosse e a cosa servisse . Il padre era lì con lui, ovviamente. Con pazienza gli spiegai che serviva a recuperare un po’ le energie perdute in allenamento.
L’ultima immagine che ho del bambino con le orecchie a sventola è da film di serie C.
A due minuti dalla partenza del campionato regionale di corsa campestre, in pineta D’Avalos, il padre in preda al panico si sbracciava come un dannato per ritardare l’avvio della competizione.
Il bambino “tuonava” dalla vicina latrina ormai da un po’. Tre confezioni di Dextrosport in meno di venti minuti fanno rimpiangere l’olio di ricino.


giovedì 9 ottobre 2008

Quando sognavo la canotta militare

Stavolta il post è un remembering. Rovistando tra i miei appunti e muovendomi tra racconti brevi mai pubblicati, bozze di racconti autobiografici, quasi subito "ripudiati", eccetera, ho trovato qualcosa che mi ha fatto tornare il sorriso. Lo dico subito, un giochetto letterario buono per una serata tra amici e forse neanche per quella. Peraltro un giochetto monco, perché ricordo doveva essere sviluppato e modellato nella forma di un racconto lungo. La cosa mi piacque all'inizio, ma poi, preso da altro, l'abbandonai in un "cassetto" digitale del mio hard disk. Oggi lo do in pasto alla curiosità di voi viandanti del Web, confidando nella vostra temperanza e benevolenza.
Prima di partire col racconto, scrivo due righe introduttive. Il testo è stato scritto circa tre anni fa. Stavo per compiere quarant'anni ed ero da poco tornato a correre con l'entusiasmo di un adolescente. In quei giorni la testa riandava spesso su immagini di un passato formidabile e bizzarro. Il mio passato di mezzofondista-marciatore.
Buona lettura.


Militare




Il 25 aprile ho rivisto il Ciampi circondato da divise. E le divise mi fanno tornare indietro di vent'anni e più. Perchè intorno ai vent'anni non solo si può capire meno di un ciufolo, ma si possono fare casini immensi. Altro che ciufoli.
Storie di abiti che fanno i monaci; di tute e canotte come divise; di carabinieri e finanzieri che corrono ma non sparano. Tutta la mia meglio gioventù.
Buona lettura. marius

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Fricativa postalveolare sorda. Merda di un appuntato capo. Tutto quello che mi rimane del mio militare, cioè due giorni di visita medico-psicofisico-attitudinale (tolgo l'attitudinale perché riformato al secondo giorno, e i test attitudinali mi sembra si facessero al terzo) sono quelle due esse strascinate, in divisa d'appuntato capo, carabiniere campano prossimo alla pensione e dalla weltanschauung dicotomica: ‘e scpine (leggasi spine, con la sc di scemo) da una parte e i sckarti (leggasi scarti, stessa sc) dall'altra. Ed io ero o sckarto. Ma procediamo con ordine.

Venticinque anni fa avevo quindici anni. Cioè oggi dovrei essere la somma di un cazzonetto adolescente ed un coglioncello buono per gli
happy hour in centro. Esaltante. A quindici anni facevo più chilometri a piedi di un keniano ipercinetico. Mio padre, che allora mi allenava, aveva le idee chiare in fatto di obiettivi atletici da raggiungere: io e mio fratello avremmo partecipato alle olimpiadi; anche più d'una. O magari soltanto io; oppure solo mio fratello. Il nome, contava il nome. DE BENEDICTIS prima o poi avrebbe dovuto significare qualcosa nella storia del mezzofondo e della marcia mondiale. Meglio prima che poi, cosicchè all'età di dodici anni (mio fratello ne aveva dieci, cinquanta chili di buon nome familiare in due) iniziai a sciropparmi qualcosa come quindici chilometri al giorno - domenica compresa -, roba da far venire un colpo al presidente di Telefono Azzurro. Anche perchè mio fratello spesso e volentieri in allenamento mi legnava e qualche volta faceva pure alcuni chilometri in più per sfottermi un tantino. Bastardo.
A tredici anni avevo la struttura di un aeroplanino di balsa e la resistenza di un varano dopato, tanto da meritarmi a scuola e nel quartiere gli appellativi di: DE BENEDISTICK, buco di culo coi denti,
vaffanculecurrenn', eccetera eccetera. E per l'autostima tutto ciò era una mano santa. Quando c'era il ballo della scopa, in una delle rare volte che potevo prendere parte alla agognatissima festicciola di compleanno della racchietta del palazzo (che si trasformava magicamente in una figa perchè a correr troppo si può diventare sessualmente daltonici), stavo bene attento a lasciar filtrare un po' di luce in sala. Essere scambiati per la scopa non era cosa tanto improbabile.
Tutto ciò che indossavo, anche al di fuori dell'attività sportiva, dall'orologio digitale (giapponese, a cristalli liquidi, uno dei primissimi, col cronometro al centesimo di secondo), alle calzature, ricordava in modo ineludibile il mio cavolo di destino aerobico. Portavo la tuta più ore dell'Uomo Ragno e, al pari di Superman, quando vestivo in borghese non mi riconosceva un cazzo di nessuno. Cosicché preferivo stare in tuta perchè l'identità è l'identità.
Quando mi diedero la tuta sociale, d'un giallo canarino bordato da ampie fasce blu elettrico, sembravo davvero un supereroe della Marvel Comics. Vidi bene di inaugurarla alla festa di compleanno del mio dirimpettaio (dodici anni credo). Non so se mi presero per scemo o cosa, ma io me la tiravo che sembravo Berlusca il pomeriggio del 13 maggio 2001 (va bene pure l'11 aprile 2006). Scivolavo tra ragazzini coi jeans roy rogers e t-shirts fruit of the loom, mentre io, incurante del caldo torrido della sala gremitissima di sguazzoncelli sudati, appiccicati e limonanti, facevo piroette al ritmo della Dee D. Jackson, quella di Meteor Man. Mi muovevo come Jeff Bridges in Starman di John Carpenter. Solo un po' più impacciato.
La tuta, la tuta. Finché non arrivò quella maledetta canotta gialloverde finanza.
Tutta colpa d'un coglione mio coetaneo, iperpatito di gadgets sportivi all'ultima moda. Uno che quando correva manco sudava per non sporcare il completino Fila. Ricordo che ad un campionato di corsa campestre, corso dentro un letamaio piemontese, arrivò al traguardo con addosso qualche raro schizzetto di fango, che lo faceva addirittura più bello; tutt'intorno c'erano mamme ed allenatori che stentavano a riconoscere figli ed atleti ridotti a colate di fango con le zampe.
F.N., questo il suo nome, un giorno (in quel frangente avevamo entrambi sedici anni) non si sa come, riuscì a far scivolare una canotta del gruppo sportivo della Finanza (le mitiche Fiamme Gialle) dentro la sua sacca. Insomma, la rubò negli spogliatoi dello stadio della Stella Polare di Ostia, a conclusione di un Campionato Italiano Allievi di maratonina andato male. O meglio, a lui era andato male, io ero arrivato sesto con un rimonta finale che se c'era ancora un chilometro avrei beccato pure il terzo. Quel giorno ad Ostia faceva un caldo della madonna. Luglio flagrava, per dirla col poeta Kavafis, ed io ero andato in gita premio per sostenere il buon F.N. che, per l'occasione, avrebbe dovuto fare sfragelli. Era lui la star del team in cui allora militavo. Invece saltò come tanti altri dopo appena qualche chilometro. Lesso, che se non avesse avuto completino e scarpette lo avrebbero fermato per vagabondaggio.
Le scuse che era capace di accampare il buon F.N. ogni volta che toppava erano pari per fantasia soltanto alle cazzate che sparava quando voleva esaltare le sue migliori (e comunque mediocri) performance. Per la cagata di Ostia tirò fuori dal cilindro il dramma delle lenti a contatto. A sentir lui ne aveva persa una durante il terzo chilometro. Si dovette quindi fermare a cercarla, carponi. Passò al setaccio metri e metri quadri di asfalto senza cavarne nulla finchè non la ritrovò grazie ai Ray Ban di un amico di Teramo che passava per caso da quelle parti. I Ray Ban, sempre secondo F.N., avrebbero consentito l'individuazione della lente fantasma un po' come il metal detector per le armi negli aeroporti. Lo avrei mandato volentieri a fanculo per l'enormità della boiata. Lui però non me ne diede il tempo aggiungendo che una volta ritrovata la lente si era messo alla ricerca di una fontana per sciacquarla. Feci un rapido calcolo a mente: tutta l'operazione del recupero con risciacquo non poteva essere durata meno di quattro minuti. Io gliene avevo smollati due e il primo classificato mi aveva staccato di circa un minuto. Senza quella sfiga F.N. avrebbe vinto con almeno un minuto sul secondo.
Vaffanculo ovunque tu sia, F.N..
Affanculo anche perché tornò con quella diavolo di canotta gialloverde; FIAMME GIALLE c'aveva sul petto. E se lui che era arrivato due minuti dopo di me poteva giocare a fare il finanziere, io come minimo potevo avere la divisa dei carabinieri, tuta e borsa comprese.
Credo che iniziarono così i miei ingenui e strampalati sogni di gloria: quali guerre e medaglie al valore! Io volevo soltanto correre, allenarmi e andare forte. Da mane a sera. Del resto era ciò che già facevo, e da un pezzo, per le salite di Pescara Colli, zona cimitero. Ma sapevo pure che i carabinieri, così come i finanzieri e i poliziotti, le loro amministrazioni intendo, pagavano uno stipendio per farlo e garantivano pure un posto tranquillo (il mito del posto statale!) una volta smessi i panni dell’atleta.
Ma a sedici anni o giù di lì è alquanto improbabile immaginarsi ex-qualcuno o ex-qualcosa, tantomeno vedersi nei panni naftalinici di un pensionato maratoneta; un sedicenne che corre come un varano dopato immagina di sgambettare tutta la vita e basta. Diciamo che farlo con la “divisa” sgargiante e traforata mi esaltava un mondo, e mi bastava. Eccome se mi bastava.
I sogni però, spesso, vanno in aceto.




martedì 7 ottobre 2008

Maratona e Mezza Maratona Mediterranea: il giorno del dubbio




... e arrivarono le perplessità. Giro volentieri le parole rivoltemi stamane via mail da un amico podista. Si parla della Mezza Maratona Mediterranea, che alcuni runners (ne ho sentiti molti in verità, e tutti partecipanti alla manifestazione in oggetto) stimano essere più corta.
Queste le parole del mio amico: "Ciao, vorrei la conferma di due impressioni personali; nel tuo "entourage" qualcuno ha avuto il dubbio che la gara domenica fosse corta? Secondo me ci mancano 400 metri almeno, ho riflettuto sulla mia prestazione; e' assolutamente impossibile che dopo il primo km io abbia potuto correre 20 km sotto i 3.50. Secondo; ma i chip erano uno scherzo? non li ho mai sentiti suonare, e nella classifica non ci sono ne' gli intermedi ne' il real time; boh...".


Voi cosa pensate?


Pensierino della notte (3)

Chi dorme non piglia pesci. Ma almeno riposa. Chiedo venia, avrei dovuto scrivere qualche altro rigo sulla Maratona Mediterranea, ma Darwin me l'ha impedito (leggasi studio "coatto" e notturno del Neodarwinismo). Posticiperò quindi il post. Son quasi le due e tra meno di cinque ore dovrò tornare in piedi per un'altra giornatina niente male, compresa una puntata in Fidal (Comitato Regionale Abruzzese) per una riunione pre-elettorale. So che qualcosa di nuovo sta bollendo in pentola e vorrei esserne informato. Magari cambia qualcosa davvero.
Notte a tutti. O giorno. Fate voi.

domenica 5 ottobre 2008

Maratona Mediterranea: primissime e brevi impressioni a caldo (o quasi)

La Maratona & Mezza Maratona Mediterranea, è andata in archivio. Desidero lasciare qualche rigo in libertà, prima di scrivere (magari domani) qualcosa di più corposo e ragionato. Premetto di aver corso la Mezza in bici, per sostenere i miei ragazzi (Sat, Luigi, Alessandro, Marco, Alessio) ed anche per dare un'occhiata ai top runners ("Sat" Saturnino Palombo ha migliorato il suo personale scendendo ad 1:11:25; classificandosi nono è quasi un top runner). Una volta rientrato su Piazza Salotto, dopo aver seguito l'arrivo dei miei ragazzi della Mezza, sono stato gioiosamente "rapito" dall'amico giornalista Paolo Sinibaldi. Con lui, dalla postazione di Vides.TV, ho commentato la galoppata solitaria del keniano Salomon Rotich, vincitore della Maratona in 2:12:58.
Bella. Aggettivo quanto mai generico ma sincero e adatto, almeno per questa mia prima e sommaria ricognizione sul test event podistico dei Giochi Del Mediterraneo 2009. La manifestazione mi è piaciuta, nonostante le magagne all'arrivo della Mezza Maratona (col buon Matteo Palumbo, G.S. Carabinieri, finito fuori dal podio perché mandato "fuori strada" da qualcuno (un giudice Fidal?) che aveva deciso di farlo proseguire per la Maratona). Bella, quindi, la manifestazione e bravi i cittadini di Pescara, Francavilla al Mare, Montesilvano. Molto bravi. Sensibili all'evento, in modo gioioso e appassionato, composto; altro che lamentele e bronci da città paralizzata.
Questo è quanto, per ora. Di tutto il resto scriverò più avanti.

sabato 4 ottobre 2008

Sat in silence

Sat è muto. Gli manca l’adsl. E non mi dilaga sul blog. Un casino per me. Mi perdo una bella fetta di contatti unici. E di commenti D.O.C. (i suoi). Spero gli ritorni presto la voce… ooops, la linea. Aggiungo che, in tempi come questi, un avvocato può sempre tornare utile. Un avvocato mezzofondista poi…

Ritorna Sat, ‘sta casa aspetta a te!

venerdì 3 ottobre 2008

Il Processo del Lunedì, di venerdì

A volte può capitare di chiudere una settimana particolarmente pesante prendendo un pugno nello stomaco, mentre si sta inspirando. Di metafora si tratta, ma rende bene l’idea. Allo stadio, ad esempio, dopo un’ora e passa di allenamento coi ragazzi, può capitare di essere travolti dall’ansia rovinosa di un adulto, in lutto per aver visto peggiorare il proprio figliolo di otto decimi di secondo sui 1000m. Quel genitore chiede spiegazioni al tecnico, per l’ecatombe cronometrica. L’anno agonistico è finito e addio sogni di gloria.
Roba da chiodi. Risparmio il dettaglio tecnico (stiamo parlando di ragazzini di quattordici-quindici anni), davvero risibile. Penso invece al mio ruolo di educatore (prima che allenatore), al valore quindi di un’educazione prima che del mero risultato tecnico. Al fatto palese che in quello stesso ambiente, dove i ragazzi stanno insieme e con gioia immensa, venga praticato ben più di un addestramento finalizzato al risultato. Al campo coi ragazzi si discute, ci si confronta, si riflette sul già fatto e sul da farsi; si cresce insieme attraverso la comprensione del mondo usando gli arnesi della logica e della scienza, a volte muovendo proprio da un semplice esercizio tecnico. Bisogna però fare i conti con altre visioni del mondo. Quelle da bar dello sport, da Processo del lunedì, cariche di violenza, latente e manifesta, intrise di infantile ignoranza e governate da un unico padrone: la strenua volontà di affermare se stessi, a volte sulla pelle dei figli.


mercoledì 1 ottobre 2008

Memorial Bernardini a Teramo: tripudio di esordienti!

Una foto a volte vale più di tante parole. Sul 4° Memorial Bernardini di Teramo tornerò prestissimo. Per ora accontentatevi dell'immagine della partenza di Esordienti e Ragazzi (maschietti e femminucce) sulla distanza dei 1000m. Grazie all'intuizione di Luigi Chiodi e Maurizio Salvi (e dei tantissimi appassionati che hanno fornito il loro sostegno, morale e materiale) oggi è stata scritta una bellissima pagina di Atletica Leggera. Essa parla di Futuro.

martedì 30 settembre 2008

Pensierino della notte (2)

È finito pure questo settembre. Domani sarò a Teramo per il Memorial Bernardini. Tra le varie competizioni cui assisterò ce n'è una molto particolare: il 1000m delle Esordienti. Non voglio anticipare nulla ché ci scriverò due righe a breve. Me ne vado quindi a nanna sorridendo divertito a quel che immagino sarà, sul Campo Scuola Comunale di Teramo. Una gioiosa sfida al calor bianco, qualcosa che ricorda altre pianure, altre storie. Sognerò, stanotte, ne sono sicuro. Incontrerò immagini mitiche di bambini eccezionali, rapidi e leggeri come la notte che ho dinanzi. Bambini che corrono.