
Giorni addietro, al campo, parlavo con Augusto Vancini (il primo da sx nella foto), amico fraterno dalla sensibilità sovrannaturale e profondo conoscitore del mezzofondo in atletica. Augusto mi invitava ad osservare gli allunghi sull’erba di alcuni ragazzini, di età compresa tra i dodici e i quindici-sedici anni; neofiti dell’atletica, sicuramente non atleti esperti, ma avvezzi ai fondamentali della corsa da almeno tre mesi (li vedo spesso fare andature di ogni tipo, rimbalzi, eccetera). Molti di loro, capaci di eseguire
skip e calciate mediamente impegnativi, tornavano goffi ogni qual volta liberavano le frequenze del passo dentro un allungo di corsa. Una sorta di paradosso.
Augusto mi faceva notare quanto innaturale fosse la corsa di quei ragazzi; quanto incapaci fossero nell’esprimere fluidità dei movimenti, decontrazione. Ci si imperlava la fronte di sudore nel vederli soffrire a quel modo.
Trent’anni fa, diceva sempre Augusto, era rarissimo trovare ragazzi così impacciati, goffi nel gesto più naturale che ci sia (o che, a questo punto, ci dovrebbe essere). Chi arrivava al campo, a tredici-quattordici anni, aveva già sulle spalle (sulle gambe) un ‘curricolo motorio spontaneo’ straordinariamente ricco che veniva – aspetto decisivo – praticato quotidianamente in forma estensiva; si correva, si saltava, si strisciava, si rotolava, ci si arrampicava da mane a sera e dall’età di quattro-cinque anni.
Nel mio condominio non ero il frugoletto più veloce. E neanche il più resistente. Mio fratello Giovanni, che a dieci anni correva i 2000m in pista in 6:33.4 (ancora migliore prestazione regionale under 11; e chi la schioda più!), doveva vedersela con Fabio, suo coetaneo e condomino del 5° piano (noi si abitava al 4°), non molto più ‘lento’ di lui (nelle garette intorno all’isolato gli arrivava sempre qualche passo dietro).
Il nostro condominio non era ad Iten, in Kenia.
I ragazzi di oggi corrono più piano. E sembrano essere più fragili di quelli di ieri (fragilità intesa come predisposizione agli infortuni muscolo-tendinei ed osteo-legamentosi). Spesso cerchiamo un alibi ‘tecnico’ alla mediocrità dei nostri giovani atleti (quel
refrain che suona più o meno così: corrono male e vanno piano perché non fanno ‘certi’ esercizi o perché corrono ‘così e cosà’). In realtà credo che, salvo in casi rarissimi (ogni tanto un talentuccio arriva), un allenatore di atletica leggera che opera oggi con i giovanissimi, abbia l’oneroso compito del riabilitatore. Un riabilitatore che avrebbe bisogno di almeno quattro ore al giorno da dedicare ai propri allievi. (Vogliamo davvero credere che basti un’oretta e mezza, fatta di una manciata di minuti di riscaldamento, venti minuti di esercizietti – come li definisce qualcuno – un’altra ventina di minuti di corsa, nelle varie modalità esecutive, e un po’ di defaticamento (o cold-down, meglio), doccia inclusa, per fare di un ragazzino ‘normale’ – e figlio di questa Società – un atleta con la “A” maiuscola?).
Intanto Augusto, ex ragazzino prodigio del
running (quanto era forte!), continua a correre mezz’ora al giorno. E non ha podi olimpici da inseguire. Almeno non a breve.